I look indimenticabili di Dolly Parton
La Repubblica

I look indimenticabili di Dolly Parton

repubblicawww@repubblica.it (Redazione Repubblica.it)
Martedì 25 agosto 2026
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Uno stile esagerato, luccicante, inimitabile. È scomparsa oggi, a 80 anni, la regina del country che fece della parrucca, del lustrino e di un’ironia inossidabile una dichiarazione di libertà

Il country americano ha sempre nutrito una diffidenza contadina verso l’ornamento, avendo eletto a propria estetica il denim consumato e la chitarra scordata, e considerando ogni eccesso una confessione di inautenticità. Dolly Parton, scomparsa oggi a ottant’anni, ha impiegato sessant’anni a smontare quella superstizione dall’interno, adottando l’esatto contrario del codice vigente. Migliaia di strass cuciti a mano, parrucche che sfidavano la gravità, unghie smaltate lunghe come piccoli strumenti, il tutto indossato mentre scriveva le canzoni più essenziali che quel repertorio abbia mai contenuto. La distanza tra ciò che il pubblico vedeva e ciò che ascoltava rappresenta il suo contributo formale più radicale, e nessuno gliene ha reso conto per decenni.

Lo stile di Dolly Parton: parrucche, strass e abiti iconici

Quella diffidenza, del resto, era già allora una menzogna che il genere raccontava a se stesso. Tra il 1967 e il 1974 andarono in onda duecentodiciotto puntate del Porter Wagoner Show, e in ciascuna comparivano due persone ricoperte di paillettes. Wagoner indossava le giacche confezionate da Nudie Cohn, il sarto ucraino emigrato in California che aveva inventato il completo da cowboy tempestato di strass, con ruote di carro ricamate sulle spalle e frange che arrivavano al gomito. Parton portava parrucche cotonate e abiti aderenti. Al termine di quella convivenza televisiva uno dei due sarebbe passato alla storia come custode della tradizione, mentre l’altra avrebbe dovuto trascorrere vent’anni a dimostrare di saper scrivere.

L’unica variabile capace di ribaltare il verdetto risiedeva nel sesso di chi portava il lustrino, poiché addosso all’uomo lo strass si convertiva in folklore mentre addosso alla donna veniva letto come indizio di disponibilità, e da questa doppia contabilità morale discende l’intera sottovalutazione critica che ha accompagnato Parton fino agli anni Novanta. Lei registrò il dato con la freddezza di chi conosce la propria contabilità, e compì la scelta più spregiudicata disponibile, alzando la posta in proporzione diretta al numero di persone convinte che una simile apparizione escludesse ogni serietà artistica.

Il gesto conteneva una teoria che l’accademia avrebbe formulato molto più tardi. Costruendo un femminile interamente artificiale, cotonato, laccato, dichiarato in ogni sua giuntura, Parton metteva in scena un’imitazione della femminilità con vent’anni di anticipo su Judith Butler, che nel 1990 in Gender Trouble avrebbe descritto il genere come una ripetizione di gesti priva di originale. La dimostrazione arrivò da un concorso di sosia al quale si presentò senza rivelarsi, uscendone battuta da una drag queen. L’episodio circola da decenni come barzelletta, mentre costituisce una prova teorica in piena regola, giacché l’originale può perdere contro la copia soltanto quando un originale non è mai esistito.

Le canzoni di Dolly Parton: da Jolene a I Will Always Love You

L’ironia più tagliente riguarda proprio il terreno sul quale la giudicavano. Mentre i tribunali informali di Nashville le negavano le credenziali dell’autenticità, Parton componeva le uniche canzoni del suo tempo che discendessero realmente dalla tradizione delle montagne. Jolene, incisa nel 1973, si regge su un giro modale che ruota su se stesso senza risoluzione e senza consolazione, riproducendo la struttura ossessiva delle ballate scozzesi e irlandesi che i coloni portarono negli Appalachi e che le donne del Sevier County continuavano a cantare mentre lei imparava gli accordi. Il testo si rivolge alla rivale con una formula di supplica vecchia di secoli, tanto che potrebbe figurare in una raccolta ottocentesca senza destare il minimo sospetto. La medesima disciplina governa I Will Always Love You, che congeda una collaborazione professionale rinunciando al rancore con una compostezza da lirica settecentesca, e la cui ossatura ha sostenuto nel 1992 il monumento vocale di Whitney Houston rimanendo perfettamente riconoscibile sotto ogni orpello.

Quando l’ufficio di Elvis Presley pretese metà dei diritti editoriali in cambio dell’incisione, secondo una prassi che nessuno a Nashville osava discutere, Parton rifiutò, trascorse la notte a piangere e conservò la titolarità del brano, trasformando quell’insonnia nella decisione più remunerativa mai presa da un’autrice country. Il montanaro schivo che il genere venerava come emblema di integrità non avrebbe saputo negoziare con altrettanta durezza. Rimane l’inventario, che dovrebbe imbarazzare chiunque l’abbia liquidata. La donna giudicata troppo vistosa per essere presa sul serio ha firmato il repertorio più fedele alla tradizione appalachiana della sua generazione, ha edificato un’impresa che ha riportato lavoro nella contea da cui era partita scalza, e ha anticipato di due decenni la più influente teoria del genere del Novecento. Lo ha fatto con la parrucca dritta, il rossetto perfetto e la deliberata intenzione di lasciare che continuassero a sbagliarsi sul suo conto.

Immagini courtesy Getty Images

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