Il gap di genere è anche un fatto di tempo libero: le donne hanno 42 minuti in meno degli uomini
La Repubblica

Il gap di genere è anche un fatto di tempo libero: le donne hanno 42 minuti in meno degli uomini

repubblicawww@repubblica.it (Redazione Repubblica.it)
Mercoledì 12 agosto 2026
2 visualizzazioni

Dai dati Istat a una storia concreta: quella di Claudia, che per cercare di “autotutelarsi dallo stress lavoro-correlato” assegna un nuovo valore al tempo da dedicare a se stessa

C’è un’altra disuguaglianza di genere di cui si parla poco: il tempo per sé. Secondo gli ultimi dati Istat, nei giorni festivi le donne italiane hanno in media 42 minuti di tempo libero in meno degli uomini: 4 ore e 28 minuti contro 5 ore e 10. Una differenza che ha una spiegazione piuttosto concreta: sulle donne continua a gravare un carico di lavoro domestico e di cura pari a una volta e mezzo quello degli uomini. Quella sottrazione di tempo lascia tracce anche su ciò che facciamo quando finalmente il tempo è nostro. Nel 2024 il 26,3% degli uomini associa il tempo libero agli hobby, contro appena il 21,6% delle donne. Persino nello sport il divario è evidente: lo pratica il 43,4% degli uomini contro il 31,8% delle donne. La lettera di Claudia, invece, racconta bene come un hobby, una passione, un semplice interesse possano diventare una nuova risorsa, linfa vitale proprio quando tutte le illusioni sulla carriera e sul suo significato vengono meno. Perché, dopo una vita passata a costruire, difendere e infine sopportare il lavoro, racconta di aver trovato qualcosa che le piace «in un modo totalmente insperato». Risponde alla lettrice Roberta Zantedeschi, consulente HR e business coach umanistica, riprendendo proprio gli spunti del suo saggio “Fidati che c’è tutto”, dove mette in discussione la capacità del lavoro di definirci e realizzarci completamente e rimette al centro le nostre passioni come vere risorse.

Cara redazione, Ho appena finito di leggere la storia di Paola C. su Repubblica e sono rimasta a dir poco sbigottita. Se cambiamo il nome, il luogo e l'età (ma di poco: 59 anni), quella è letteralmente la storia della mia vita. Della mia vita lavorativa, vorrei precisare. Mi diplomo con 48/60 al liceo linguistico, poi mi iscrivo a Lingue straniere perché fin da ragazzina volevo fare l'insegnante; al penultimo anno di università trovo un lavoretto part-time per smettere di chiedere i soldi ai miei genitori. Attendendo i tempi biblici dei concorsi per l'insegnamento degli anni Novanta, subito dopo la laurea (108/110) trovo un lavoro in un centro di ricerca privato col compito di gestire i rapporti con i ricercatori stranieri: tre anni in Co.Co.Co.; a un certo punto i datori di lavoro trovano come escamotage quello di inserire me e un altro collega nel loro CDA per giustificare la nostra presenza così prolungata senza essere obbligati ad assumerci, sebbene avessero affermato (a voce...) che ci avrebbero assunti. Bon. Dopo tre anni, stanca di questo trattamento, lascio quel posto e mi prendo qualche mese per frequentare un corso di formazione molto bello e utile: lì imparo l'utilizzo dei software per l'impaginazione e mi reinvento come traduttrice e impaginatrice di documentazione tecnica e commerciale. Vengo chiamata per varie sostituzioni di maternità e altre tipologie di collaborazione. Questo passare di azienda in azienda mi consente di conseguire una conoscenza molto approfondita della realtà industriale locale, comprese le "dinamiche di ufficio" esplicite e implicite. Sì, perché per lavorare bene bisogna saper stare in un ufficio, cosa che non riesce proprio a tutti... Sono comunque esperienze molto formative, soprattutto perché finalmente ricevo i contributi pensionistici. Arriva il nuovo millennio e finalmente, lavorando di giorno e studiando fino all'una di notte, conseguo l'abilitazione all'insegnamento. Inizio le prime supplenze; tuttavia, presto mi rendo conto che, pur amando l'insegnamento, la scarsa educazione degli studenti e il sostanziale menefreghismo di buona parte delle loro famiglie – non tutte, per fortuna – mi impediscono la tanto desiderata trasmissione del sapere. Ogni giorno, in aula, il 90% delle mie energie viene sprecato per cercare di mantenere l'attenzione e per chiedere di abbassare il volume – anche agli studenti impegnati a fare tutt'altro mentre spiego. Incassato il colpo per questa delusione e memore di alcune belle collaborazioni fatte con alcune PA qualche tempo prima, inizio a fare concorsi nella P.A. e a inviare CV a decine di aziende, e una di queste vorrebbe assumermi come responsabile della documentazione multilingue. Per “tenermi le mani libere” in vista di un’agognata assunzione nella P.A., chiedo a questa industria di trasformare l'assunzione in una collaborazione, e faccio benissimo, perché nel giro di 6 mesi l'azienda viene acquisita da una multinazionale straniera i cui tagliatori di teste decidono di chiudere proprio la sede della mia città. Fortunatamente, nel frattempo mi arriva il telegramma di una delle P.A. in cui avevo fatto uno dei concorsi, che mi convoca per l’assunzione. Brindando allo scampato pericolo e soprattutto ringraziando il mio sesto senso, ora allenatissimo a captare le situazioni problematiche lavorative, mi accingo a entrare appieno nella vita lavorativa nella P.A. Addio sogni di gloria, benvenuta stabilità.

È il 2005, ho 38 anni e, dopo un lungo quindicennio di precariato, la vita mi sorride: bello il lavoro, bello l'ambiente lavorativo. Passano 21 anni in un lampo, ma le cose stanno cambiando, e in peggio: carichi lavorativi aumentati, rarissimi gli scatti di anzianità, l'entrata di nuovi colleghi più giovani che sgomitano credendo così di "fare carriera". Assisto all'esibizione dell’ego altrui con un animo fra il divertito e l'amareggiato. Io che già alle medie non sopportavo i primi della classe. Qualche mese fa provo a chiedere all’INPS quando indicativamente potrei andare in pensione. Mi rispondono che, data la frammentarietà della mia carriera, non posso fare altro che andare con la pensione di vecchiaia. Penso che sto sottraendo il lavoro a qualche giovane che magari vorrebbe andare a vivere da solo senza essere costretto a trovarsi un lavoro all'estero. Il mio senso di colpa, come in tutte le cose, svanisce presto, ma quel pensiero l'ho fatto eccome. Pensiero che si è ben guardato dal fare il legislatore quando ha deciso di portare l'età pensionabile a 67 anni.

Nel lavoro ho fatto quello che ho potuto, mi sono presa la responsabilità delle mie decisioni, "quello che sono l'ho voluto io", ma adesso io sto in un'altra fase. Ora sento che quello che resta della mia vita è indirizzato sempre più ad altre cose ben più importanti. Un mio zio era uno scultore abbastanza noto a livello locale e in questi ultimi anni mi è capitato di organizzare alcune mostre con l'aiuto di ottimi curatori e studiosi e questo, pur non essendo mai stato il mio ambiente, lontano dai miei interessi, mi sta piacendo in un modo totalmente insperato. Non so se avrò mai l'energia per farne la mia attività principale, ma una delle sue tante bellezze è proprio l'essere senza consegne, senza scadenze, il fatto che ogni tanto mi regala qualche raro risvolto redditizio. Ora il mio lavoro "ufficiale" sta quasi diventando un impaccio. Ma non solo. Ho sempre apprezzato il lavoro in sé perché dava un ordine alla mia giornata, ma adesso il dover sottostare agli orari, alle timbrature, al dover essere tempestati di aggiornamenti anche su cose non strettamente inerenti al proprio lavoro, alle valutazioni che di fatto hanno contribuito a minare quel poco che c’era a livello di unione fra colleghi, tutto questo mi dà ansia. Cerco di arrivare in ufficio alle 8:00 precise per uscirne al più presto e così dare più spazio possibile a "quel che resta del giorno". Ho deciso di seguire queste e altre pratiche per cercare di autotutelarmi dallo stress lavoro-correlato, e solo dopo, quando credevo di averle inventate io, ho scoperto che tutto ciò ha un nome: il quiet quitting, cui lei stessa ha dedicato una bella puntata della sua rubrica qualche mese fa.

Da quella storia (Elvira) più questa storia di Paola ho tratto la spinta per parlarle della mia esperienza di donna lavoratrice appartenente alla generazione meno fortunata: con la memoria ben viva su cos'è stata la dignità del lavoro e del post-lavoro, ma con lo sguardo sull'orizzonte odierno, molto più incerto e le cui poche certezze non sono incoraggianti. Concludo questa lettera-fiume ringraziandola per questa sua rubrica: mi fa sentire meno sola e non solo per le due storie che ho citato prima. E questa gratitudine nei suoi confronti ce l'hanno sicuramente tantissime donne oltre a me. Claudia B. da Genova

L’esperta risponde alla lettera

Cara Claudia, racconti bene il quiet quitting, cioè arrivare a fare esattamente quello che serve, niente di più, come forma di autotutela quando il lavoro smette di restituire senso. È diventata una delle risposte più frequenti a un patto che si è rotto: nel 2024 il 25% di chi lavora in Italia rientra in quella che Gallup chiama "actively disengaged": non solo insoddisfatti, ma così a corto di senso da agire quel malessere sul lavoro quotidiano. Il nostro è uno dei paesi con il valore più alto in Europa. Quando il senso nel ruolo si prosciuga e il contesto in cui lavoriamo non corrisponde più a ciò in cui crediamo, la soddisfazione non torna a comando. Va cercata altrove. E tu l'altrove l'hai trovato organizzando le mostre di tuo zio, quel mondo che non era il tuo e che ti sta piacendo "in un modo totalmente insperato". Le passioni, gli interessi, hanno questo potere: diventano un alleato straordinario nella ricerca di senso, di auto-efficacia e di gratificazione. Sono risorse davvero magnifiche.

Però vorrei fare un passo di lato e aggiungere una cosa che potrebbe generare un po’ di prurito: è fisiologico, dopo tanti anni nello stesso ambiente, vivere un calo di motivazione e coinvolgimento, a maggior ragione se per tanto tempo il lavoro – faticosamente conquistato – non è stato uno, ma IL punto di riferimento attorno a cui gira tutto il resto. Quando mettiamo al centro il lavoro, il rischio di prosciugamento è più alto e per un semplice motivo: tutto cambia, cambiamo noi, cambia il lavoro in sé, il contesto intorno, le persone, la società… cristallizzare quello che viviamo quando sta funzionando è comprensibile, ma perfettamente inutile perché impossibile. Quello che hai vissuto tu, il cambiamento – nel bene o nel male –, è invece naturale e inevitabile. Non sto togliendo responsabilità alle organizzazioni nelle quali lavoriamo e men che meno a un sistema che ha spinto perché il lavoro diventasse il centro di tutto per tutti.

Ma voglio portare l’attenzione sul nostro – tuo, mio – margine di azione per tornare a fare scelte sane e soprattutto scelte nostre. Perché accada, dobbiamo capire una cosa: non è che a un certo punto della vita si "scoprono" le passioni, è che troppo spesso le mettiamo in pausa per decenni, convinte che il centro debba essere il lavoro – incluso il lavoro di cura non retribuito. E soprattutto quando il lavoro va bene. La domanda vera non è "cosa faccio ora che il lavoro non basta più", ma: perché abbiamo aspettato che non bastasse più? Le persone che coltivano un interesse – con intenzione e continuità – costruiscono nel tempo una riserva di risorse psicologiche (competenza, identità, appartenenza) che non dipende da un contratto, da una valutazione, da un capo. Un'attenzione, però, che mi sta a cuore darti: attenzione a non far diventare la passione un secondo lavoro travestito da libertà, con scadenze, misurazioni, la stessa fame di prestazione da cui stai scappando. Tu stessa scrivi che una delle bellezze di questa nuova attività è "l'essere senza consegne": custodiscilo, è la differenza tra una passione che nutre e una che comanda quanto il lavoro che vuoi lasciarti alle spalle. Non serve scalare montagne per cambiare vita; a volte basta smettere di aspettarsi che sia il lavoro a definirci, per quanto sia stato faticoso raggiungere quella vetta. Grazie per aver scritto: la tua storia può spronare chi legge a chiedersi oggi, non tra vent’anni, quale interesse, hobby o passione possa praticare fin da oggi per evitare che il lavoro diventi l’unico motivo di realizzazione e, di conseguenza, anche un’inevitabile kriptonite.

Condividi questo articolo