Kristen Stewart: “Non è il momento di fare film rassicuranti”
La Repubblica

Kristen Stewart: “Non è il momento di fare film rassicuranti”

repubblicawww@repubblica.it (Redazione Repubblica.it)
Venerdì 24 luglio 2026
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Attrice, regista, icona queer di una generazione. È convinta che: “Ciò che è innocuo ci rende vulnerabili perché non cambia il mondo”

Incredibilmente minuta, con addosso una T-shirt bianca e un paio di pantaloncini, cammina in cerchio a passo veloce. “Sto guardando troppi film. E quello che vedo mi dà così tanta energia, mi fa sentire così viva che ho bisogno di muovermi”, dice Kristen Stewart mentre si siede a parlare. Siamo a Biarritz nei giorni del Festival Nouvelles Vagues, dedicato alle visioni radicali dei nuovi talenti del cinema. Un contesto perfetto per Stewart, che qui è presidente di giuria e ambassador di Chanel, brand che sponsorizza la manifestazione dall’esordio. “La moda mi è sempre sembrata un’arte, però non avrei mai immaginato di poterne fare parte. Con Chanel non devo fingere di essere diversa da come sono”. Dopo il debutto alla regia nel 2025 con La cronologia dell’acqua, presentato nella sezione Un Certain Regard al festival di Cannes, l’attrice sta scrivendo altri due film. “All’inizio avevo in mente qualcosa di piccolo e indipendente da girare a Los Angeles. Ma il progetto è cresciuto e per realizzarlo devo trovare i soldi. Così, nel frattempo, ho pensato a un lungometraggio da girare con poche centinaia di migliaia di dollari. Un exploitation movie sulla mia generazione, qualcosa di così radicale che dopo potrei dover andare a vivere da un’altra parte”.

In tutto il servizio. Giacca di tweed, tuta di seta, Chanel. Makeup Chanel Les Beiges. foto di Ulrich Knoblauch per d. Production Ania Rybus @novarepresents 

Il punto, dice, è che non è il momento di fare film “sicuri”: “Ciò che è innocuo ci rende vulnerabili perché non cambia il mondo, che è esattamente quello che dobbiamo fare. Sarà ingenuo, ma se non ci credi non succederà mai”. Precisa, invece, che è falsa la notizia di una sua partecipazione alla sceneggiatura di Wrong Girls, in uscita il 14 agosto negli Stati Uniti. “Io sono la co-protagonista e produttrice, ma il film è di mia moglie Dylan Meyer, che lo ha diretto e scritto da sola. Abbiamo dovuto fare i salti mortali per farcelo finanziare, ma averla spuntata rispecchia lo spirito della storia. Io e Alia Shawkat, l’altra protagonista, interpretiamo due trentacinquenni che stanno ancora cercando di capire in che modo mettere insieme le loro vite. Penso che sia giusto far vedere come io e i miei coetanei siamo un po’ bloccati. Si tratta di una stoner buddy comedy (una commedia al femminile su due amiche fumatrici di cannabis, ndr), a metà tra Strafumati e Thelma & Louise. Al cinema le donne devono sempre affrontare avversità e uscirne vincitrici, o essere moralmente impeccabili. E, invece, una storia dovrebbe poter essere divertente, anche un po’ stupida. Per questo sono convinta che, anche se è una commedia, in realtà sia un film importante”.

foto di Ulrich Knoblauch per d. Production Ania Rybus @novarepresents 

Come pensa di poter contribuire a cambiare il sistema Hollywood? Uso questo termine perché so che non le piace la parola “industria”.

“Esatto. Non voglio far parte di un’industria. Non faccio affari. La questione, lo sappiamo in tanti, è che si tratta di un sistema troppo esclusivo, entrarci è difficilissimo. E la ragione ha proprio a che vedere con il business, i soldi. L’avidità è ovunque e ha rovinato la nostra società. Come possiamo cambiare le cose? Dobbiamo smettere di inseguire la carota che ci viene agitata davanti. Perché, alla fine, quella carota verrà usata per colpirci. La vera domanda che dovremmo farci è: qual è il mio obiettivo? Dire qualcosa? Oppure ricevere pacche sulle spalle e guadagnare un sacco di soldi?”.

Ha comprato un cinema a Los Angeles, l’Highland Theatre, che stava per essere demolito. Eppure molti pensano che le sale ormai non abbiano futuro…

“No, non lo dica. Le parole hanno un potere enorme. E io so che non è vero. Nel mio quartiere, a Los Feliz, ci sono sale con una programmazione fantastica e ogni volta che provo a comprare un biglietto per la sera stessa è tutto esaurito. E non sto parlando di film Marvel. Abbiamo bisogno di uno spazio condiviso. Andare al cinema è un po’ come andare in chiesa. È il posto in cui i nostrisogni possono incontrarsi, mescolarsi e crescere insieme. Proprio perché so quanto la libertà di espressione nel mio Paese sia in pericolo, so anche che non possiamo permettere che i cinema muoiano. Se succede, sparirà anche tutto il resto. Questa sala aveva aperto nel 1922 e per decenni ha rappresentato un luogo di ritrovo per la comunità. È un po’ come Nuovo Cinema Paradiso, ti viene da piangere al pensiero che venga demolito. Per farne cosa? Un altro bar? Un negozio di sport? Andate a comprare i pantaloni da yoga da qualche altra parte”.

Quando ha scoperto il potere del cinema?

“Da bambina. Ricreavo il Titanic al parco, assegnavo i ruoli: “Tu sei Jack, tu Rose”. Ho letto in un saggio che il primo vero esercizio di recitazione che facciamo nella vita ce lo insegnano i genitori: è il gioco del cucù. E poi, sono stata fortunata. I miei lavoravano in questo ambiente, sono cresciuta osservando l’enorme messa in scena che è il cinema, e la dedizione, la passione e il senso di comunità che si crea su un set. È come essere degli astronauti. Tutti dicono: “Adesso andiamo sulla Luna”. E tu pensi che sia una follia. Ma, alla fine, ci riescono davvero”.

Che esperienza è stata essere la presidente di giuria a un festival?

“Intanto, “presidente” lo metto tra virgolette perché non credo nella gerarchia. A Cannes, nel 2018, quando ero nella giuria presieduta da Kate Winslet è stato impressionante vederla guidare il confronto, facendo in modo che il nostro giudizio fosse equilibrato. Io, però, sono soprattutto un’agitatrice. Mi piace sobillare entusiasmo e incoraggiare le persone a esprimersi liberamente”.

Ha detto che per fare cinema occorre preservare il proprio bambino interiore.

“Io ci lavoro ogni giorno. Il mondo può essere un luogo molto crudele. Le nostre voci ci vengono rubate, annullate da un bombardamento continuo di aspettative misogine e di cattiveria che ti fanno dubitare di te stessa. Per questo non bisogna mai smettere di restare in contatto con la nostra interiorità. Non inizierei mai a lavorare a un film chiedendomi che cosa vuole il pubblico, ma piuttosto: cosa voglio io? Cosa mi entusiasma?”.

foto di Ulrich Knoblauch per d. Production Ania Rybus @novarepresents 

Le donne sono più soggette a questa forma di manipolazione?

“I nostri desideri vengono modellati fin da quando siamo piccole. Ci sono così tanti messaggi subliminali che, crescendo, devi iniziare a districarli. A un certo punto ti chiedi: Perché sono fatta così? E capisci che forse non sei nata in quel modo. Dev’essere successo qualcosa. Il bello dell’arte è che ci offre la libertà e lo spazio per capirlo insieme, sbagliando tantissimo lungo il percorso”.

Lei quando lo ha capito?

“Se dovessi individuare un momento preciso, direi con il mio primo film da regista. Sentivo di doverlo fare assolutamente, ma mi ci sono voluti otto anni. Ed è impossibile non prenderla sul personale quando ci metti così tanto tempo. Avrei potuto scegliere qualcosa di più facile da vendere. Ma ora che ce l’ho fatta, so che avevo ragione: è una pellicola piena di energia, che dà coraggio, è sexy, esplosiva. Non tutti la vedono così. E va bene. Ma io la amo e so di non essere l’unica”.

È difficile non dubitare di sé quando nessun altro crede in quello che stai dicendo.

“È stato doloroso, ma ho resistito. Mi sono aggrappata alla mia squadra, ai miei collaboratori e a Imogen Poots, la protagonista. Senza di loro sarei affondata. Stavo male per loro, continuavo a ripetere: “Mi dispiace così tanto di avervi trascinato in questo inferno”. Ma la risposta era sempre: “Ce la faremo. Arriveremo in paradiso”. E, poi, sono davvero, davvero testarda. La fortuna di essere Ariete”.

Che effetto le fa essere considerata l’icona queer dei Millennial?

“È una domanda che a volte mi lascia senza parole. Anch’io ho avuto, e ho, persone alle quali mi ispiro, che mi aiutano a capire cosa voglio per me stessa. Non sto dicendo che c’è stato un momento in cui sono andata contro ciò che volevo, non mi sono mai nascosta. Ma il mio pensiero veniva continuamente manipolato dai media, dalle foto online. Se posso abbattere qualche porta e permettere ad altri di passarci attraverso, lo considero un onore. Il fatto è che non me ne rendo conto. Anche per questo sentirlo dire è bellissimo”.

foto di Ulrich Knoblauch per d. Production Ania Rybus @novarepresents 

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