“Cara d. lettera alla ragazza che sarai”. Un racconto di Nadia Terranova
“A te che avrai trent’anni tra trent’anni, ricordati che ogni donna ha il suo pozzo in cui cadere. Ma guardati attorno, non sei sola, non lo sei mai”
Cara d. che avrai trent’anni tra trent’anni, voglio dirti che sarai ancora una ragazza. Di più: sarai pienamente una ragazza. A trent’anni cominceranno i decenni più belli della tua vita e ciò che sognavi da bambina prenderà una forma concreta; questa forma ti stupirà, da un lato non somiglierà a nessuna delle forme che t’eri prefigurata e, d’altro canto, se avrai tenuto duro e ben seminato nel tempo, potresti sentirti pervasa da uno straniante, quasi violento, senso di appartenenza a te stessa. Avrai compiuto e incarnato quel motto della filosofia: diventare ciò che sei. Sarai diventata una ragazza dopo aver battuto strade che hanno preso inaspettate deviazioni, ti hanno portata sull’orlo del precipizio e forse anche giù, sul punto di tradirti e forse anche oltre il tradimento. Già, a trent’anni ti sarai tradita e persa ben più di una volta: un curriculum necessario, anche se doloroso. E adesso ti sorprendi perché ti senti tornata al punto di partenza, come a metà di una scala a spirale. Non sei però davvero nello stesso punto, bensì tre piani più in alto. Sei salita, salita, salita – mentre il mondo ti crollava intorno. Da lassù ora puoi ammirare chi eri, e degnare di uno sguardo pure noi.
In questo articolo, immagini di Vera van Dam, artista classe 1989 che vive e lavora ad Amsterdam. Nei suoi scatti, la figura femminile è ritratta da inquadrature che richiamano quelle dei film e hanno sempre un elemento enigmatico.
Non male avere trent’anni, no? Non vedo l’ora che tu possa raccontarmi chi sei, perché, diciamolo, è ben strano che sia io a scriverti una lettera quando sarai tu la narratrice di te stessa. Non vedo l’ora di ascoltarti, di leggerti. Mi piacerà notare che mi smentisci e mi animerò a difendere con forza le mie tesi (non mollerò: non sarò più una ragazza, ma ho tutta l’intenzione di conservare fino all’ultimo istante il mio attaccamento alla vita, cioè al conflitto e all’amore).
Cara d. che a trent’anni sarai una ragazza: certo, lo sarai anche prima. Sarai quindicenne, ventenne, venticinquenne, sarai stata in tutti i mari in tempesta della tua generazione e ne saprai anche delle generazioni che ti hanno preceduta (ti toccheranno i confronti e i distinguo, che noia lo so: però va così). Sarai stata per così tanto tempo ragazza che a trent’anni vorresti essere chiamata donna, pretenderai che gli altri misurino il rispetto che ti sei dovuta guadagnare, riconoscessero il posto nel mondo che ti sei presa, con non poca fatica. Cara d., autrice della tua storia: sarai anche un po’ stanca.
Hai ragione.
Però cara ragazza di trent’anni, quanto sarai bella. Scusa, non voglio sovrappormi a te che ti racconti, però non resisto: mi piace troppo osservare e raccontare le femmine, tutte. Le madri, le sorelle e le figlie. Mi piace l’allegria dei tavoli del bar invasi dagli aperitivi fra colleghe dopo il lavoro, o dai caffè delle mamme che hanno appena lasciato i bambini a scuola o a ginnastica, mi piacciono le signore con i carrelli della spesa, le bambine che al parco corrono più forte dei bambini, mi piace sorprendere due amiche mentre si abbracciano dopo una confidenza, due sorelle nel momento in cui si ritrovano, una madre e una figlia a cui scappa un sorriso complice dopo un litigio acceso. Cara ragazza di trent’anni, un’amica ti avrà già tradito, una madre ti avrà già delusa. Da una sorella ti sarai distaccata, una figlia forse non l’avrai (ancora, o mai). Ti sarai interrogata sulle altre, a volte ti avranno fatto soffrire, a volte adirare. A trent’anni è facile tutto e non è facile niente, però credimi: nessuna di noi può rinunciare alle altre. Non ci conviene farlo, anzi ci impoverirebbe. Cara d., la tua forza è, è stata e sarà la comunità delle donne. Anche quando le detesterai o le patirai. Non possiamo non tornare lì: alle ragazze che si parlano, si ascoltano e si leggono, sedute in un cerchio. Che si confrontano e litigano e si sostengono, si abbracciano.
Quanto a te, avrai già avuto le tue amarezze con donne e uomini, ma trent’anni è proprio l’età giusta per ripartire: cos’altro è una ragazza se non una creatura femminile in procinto di ripartire? Con la definizione di ragazza l’età c’entra fino a un certo punto, preferisco perimetrarla con l’amore. C’entrano la fiducia e l’entusiasmo lungo i baratri, come i fiori di scarpata o nel deserto.
Cara d. del futuro, possiamo sempre guardare al passato con gentilezza. Anche quando quel tempo non è stato perfetto (ti anticipo che perfetto non sarà neanche il futuro), possiamo comunque concederci di riconoscere che la nostra storia ci ha portate fin dove siamo. E da qui possiamo guardare avanti – dunque, anche il passato il suo dovere l’ha fatto. Una ragazza americana dell’Ottocento, Emily Dickinson, scriveva: “Volgiti indietro al tempo con occhi gentili / ha senz’altro fatto del suo meglio / come affonda dolce quel sole che trema a occidente della natura umana”. Prendiamola alla lettera, assieme. Tu, io e le ragazze che verranno. Lasciamo tremare il sole, lasciamolo dolcemente affondare: prendiamoci la luna e occupiamola tutta.
Cara ragazza di trent’anni, ti sarà già capitato di cadere in un pozzo, perderti nella sua oscurità e poi risalire in superficie. Due tue coetanee del Novecento hanno parlato del pozzo in cui cadono le donne, sulle pagine di Mercurio, un mensile nato nel secondo dopoguerra (vedi? I giornali hanno questo di bello: sono spazi in cui le persone possono parlarsi fra loro. Per noi donne, ieri come oggi, la presa di parola è stata una rivoluzione). Ad avviare quel dialogo sul pozzo è stata Natalia Ginzburg: “Ho conosciuto moltissime donne, donne tranquille e donne non tranquille, ma nel pozzo ci cascano anche le donne tranquille: tutte cascano nel pozzo ogni tanto”. Ginzburg auspicava che potessimo non cascarci più, abbandonando le parti oscure di noi per somigliare agli uomini, riprenderci così un po’ di leggerezza. Le rispose Alba de Céspedes, che Mercurio lo aveva fondato e lo dirigeva, e dopo averle fatto i complimenti per la riflessione sincera, con altrettanta sincerità scrisse così: “Al contrario di te, io credo che questi pozzi siano la nostra forza. Poiché ogni volta che cadiamo in un pozzo noi scendiamo alle più profonde radici del nostro essere umano, e nel riaffiorare portiamo in noi esperienze tali che ci permettono tutto quello che gli uomini – i quali non cadono mai nel pozzo – non comprenderanno mai.”
Cara d., anche io ti sto scrivendo da un pozzo. Tu mi leggerai da un pozzo, le lettrici di questo giornale ci leggono dai loro pozzi come leggevano Natalia Ginzburg e Alba de Céspedes un secolo fa. Siamo tutte, sempre, dentro il nostro pozzo, e il nostro buio è la nostra luce. Ricordi cosa ti ho appena scritto, quanto mi piace osservare le altre? Vedo in loro tutti i pozzi in cui sono cadute, e non ne ho paura. Attraverso quelle cadute imparo ad amare le mie. Ecco cosa succede quando ti senti finita là dentro: prima ancora di risalire, guardati attorno, non sei sola, non lo sei mai. Da qualche parte c’è una crepa, si apre sui pozzi delle altre.
Ecco quasi tutto, cara d., ma adesso raccontaci di te.