Kate visita il Centro Malaguzzi. La sua prima domanda: “Quale ruolo hanno, i genitori?”
Nella seconda tappa della giornata, la principessa si reca a visitare il luogo in cui sperimentare il Reggio Emilia Approach. Nel seguirla, abbiamo raccolto anche le voci di alcuni, tra educatori e genitori, testimoni di questa visita
La destinazione è sempre stata lì, appuntata sulla sua agenda, da quando ha iniziato a guardarsi attorno per identificare metodi e approcci pedagogici utili a comprendere la complessità della prima infanzia, quegli anni che vanno da 0 a 6 in cui si forma – dicono le ricerche – il 90 per cento del cervello di ogni persona. Dopo aver concentrato i propri sforzi sul Regno Unito, la principessa ha scelto Reggio Emilia come destinazione del primo dei viaggi che condurrà in giro per il mondo per avviare uno scambio internazionale, convinta che “alla base di molti problemi sociale ci sia la mancanza di connessione tra le persone” e che “concentrare gli sforzi sulla prima infanzia sia un’urgenza mondiale, al pari del cambiamento climatico” (quello al centro del percorso “professionale” di suo marito, il futuro re William), come spiega Lee Thompson, Spokeperson di Kensington Palace.
Che ufficialmente consegna ai giornalisti un pensiero: “La principessa ha cambiato marcia”, nel senso che nel “continuare a cercare un equilibrio tra vita privata e pubblica si è mossa con cautela, sapendo che la chemio ha effetti a lungo termine, finché non si è sentita davvero pronta a tornare scena pubblica”. Questo in Italia è infatti il primo viaggio all’estero dopo la malattia e Kate l’ha fortemente voluto, per segnare un passo in avanti nel lavoro del suo Royal Foundation Centre for Early Childhood.
Iniziato con una visita in Municipio, prima di arrivare qui, nel luogo che ha suscitato il suo interesse: il Centro Internazionale Loris Malaguzzi, che dal 2006 accoglie persone che desiderano approfondire la filosofia di Reggio Emilia e integrarla nella propria pratica, oltre a famiglie che desiderano partecipare a uno dei laboratori specializzati.
La principessa viene accolta dalla presidentessa del Centro, Maddalena Tedeschi, la Coordinatrice dell'Area Educazione Paola Ricco e la responsabile delle Relazioni Internazionali Emanuela Vercalli e dopo un breve saluto sparisce all’interno del centro, dove inizia con il fare molte domande per capire come si applichi questo approccio per lo sviluppo socio-emotivo, in cerca di punti di contatto con suo il suo Shaping Us.
“Quale ruolo hanno, i genitori, nel vostro approccio?”, chiede la principessa. Chiede poi se sono chiamati a partecipare ai corsi del Centro e se, infine i libri e manuali siano tradotti in inglese. "I genitori sono i migliori alleati, nei progetti di pedagogia”, afferma.
Poi, sosta accanto all’area morbida in cui i bambini sfogliano i libri mentre si sofferma a leggere la poesia "Le cento lingue" di Malaguzzi, ispiratrice del Reggio Emilia Approach. Quella che sottolinea come i bambini possiedano infinite modalità per esprimere, esplorare e connettere i propri pensieri e sentimenti. Prima di affrontare la scalinata e recarsi in atelier, per un laboratorio di ceramica.
“Cara Kate, qui facciamo così…”. Parlano mamme ed educatrici delle scuole di Reggio Emilia
Per il pomeriggio, è atteso l’incontro della principessa con il cuore pulsante della comunità: i bambini e i genitori di una delle scuole del Comune, Anna Frank. Insegna invece al Diana – quello che nel 1991 la rivista statunitense Newsweek ha definito l’asilo più bello del mondo – Cinzia Incerti. “Non so se sia il più bello” racconta “io sono qui come insegnante da venti anni (e ne ho 44), di certo abbiamo un’esperienza ricchissima, 70 anni di storia”.
Se dovesse spiegare lei, a Kate, perché il Reggio Emilia Approch sia cosi speciale, cosa direbbe? “Che i nostri bambini sono al centro dei pensieri di una città intera, è un sentimento che sentiamo forte, da sempre, e che speriamo di portare avanti in un momento storico in cui sentirsi parte di una comunità è importante. Qui la scuola non è un luogo, ma un invito all’incontro e al dialogo, il nostro patto educativo parla di educazione ma anche di cittadinanza”.
Le vostre scuole sono pubbliche, cosa che ha stupito i colleghi giornalisti britannici. Lavorate anche sull’integrazione? “Il nostro è un approccio basato sulle relazioni quindi certo, l’accoglienza è un esercizio che consiste nell’affinare ogni giorno cuore e mente per prepararsi all’incontro con l’altro”.
La principessa è mamma, il che ha forse influenzato il suo interesse verso lo studio della prima infanzia. Quali spunti pensa possa trovare, qui,? “Il nostro vedere il bambino come cittadino dell’oggi, portatore di diritti, intelligenza e bellezza, che ha il diritto essere ascoltato da parte di un adulto che sappia fidarsi del suo sguardo curioso e intuitivo. Ogni bambino deve poter compiere avventure e prove di libertà quotidiana e ogni sua domanda e curiosità qui si sente legittima e valorizzata”.
Come, nel quotidiano, ce lo spiega invece Chiara Ferrarini – insegnante della scuola comunale dell’infanzia Paulo Freire: “Al mattino i bambini entrano in un ambiente teso al bello e vitale, pieno di tracce: una costruzione del giorno prima da continuare, i manufatti in creta o ceramica, un gioco avviato e lasciato per essere ripreso appena rientrati a scuola, favorendo così l’attesa del rientro. Un ambiente vivo, stimolante e aperto alla creatività e al mettersi in gioco. Si inizia con un’assemblea del mattino (parliamo di bambini da 3 a 6 anni, ndr) in cui, riuniti in cerchio, sperimentano le prime forme di convivenza democratica attraverso il dialogo, l’ascolto reciproco e la condivisione degli argomenti più svariati, ma anche in cui si portano temi emotivamente faticosi da gestire, come quelli legati all’attualità e alla guerra. Imparano a mettere in discussione le proprie opinioni, a lasciarsi ispirare dal punto di vista degli altri, a riformulare il proprio pensiero in modo più consapevole oppure a sostenere le proprie idee con rispetto. Ad attraversare il conflitto senza negarlo”.
Poi, c’è il pranzo e l’approccio al gusto. Anch’esso parte della tradizione emiliana. “Nei nidi e nelle scuole comunali di Reggio le cucine sono atelier del gusto in cui fare ricerche sensoriali legate al cibo, ai sapori e al piacere di fare dell’esperienza alimentare occasione di conoscenza e relazione”, racconta ancora Ferrarini.
Dall'archivio della scuola comunale dell’infanzia Paulo Freire
Ma non chiamatelo metodo, come quello Montessoriano o Steineriano… perché? “Il Reggio Emilia Approach in un certo senso eredita un concetto caro al metodo Montessori: ‘insegnami a fare da solo’, che però, tradotto nella nostra esperienza suonerebbe come un ‘permetteteci di fare da soli’, cioè ‘cari insegnanti e pedagogisti costruiteci dei contesti di ricerca flessibili in cui poterci muoverci in libertà, imparare a raggiungere degli obiettivi comuni, faticare con gioia, trovare accordi e attraversare i disaccordi in modo rispettoso e pacifico’. Il nostro non un è metodo, che definisce procedure precise e replicabili indistintamente da chi si ha di fronte, e del periodo storico, ma un approccio, una cultura e uno sguardo educativo in continua evoluzione che, senza snaturarsi, si adatta ai contesti, al gruppo e alle domande dei bambini e delle bambine. Credo che Reggio Emilia sia osservata nel mondo non tanto per una formula da esportare, ma per un’idea di educazione che mette al centro il valore della persona, la partecipazione e la democrazia. La pace non nasce solo nei tavoli della politica internazionale, ma nelle relazioni quotidiane, nello sguardo con cui un bambino incontra l’altro, nella capacità di sentirsi parte di una comunità”.
Prima che la giornata di visita di Kate si concluda, parliamo anche con una mamma, Elisa Giulia Ghizzoni, che al nido Cervi ha iscritto la sua Virginia quando aveva 7 mesi. Oggi ha due anni. “La mia è stata una scelta più che consapevole, necessaria! Sono un’ex alunna di queste scuole, iscriverci la nostra bambina era un’urgenza educativa, per farla crescere in un ambiente educativo basato su principi che nella vita mi continuano a guidare”.
Dall'archivio della scuola comunale dell’infanzia Paulo Freire
E a Kate, da mamma a mamma: “Cara principessa, qui gli educatori mettono al centro il bambino e lasciare che si possa esprimere con strumenti diversi, oltre al linguaggio. Fanno lavoro di squadra e non sentono mai di uscire dalla famiglia, quando entrano a scuola, perché le persone ne fanno parte. Sa come hanno festeggiato il secondo compleanno di Virginia? Con un rito di passaggio: assieme a due compagni che compivano gli anni nello stesso periodo l’hanno accompagnata alla Biblioteca Comunale per fare la sua prima tessera personale. Noi genitori presenti. E a Natale, niente recite al nido: si gira per il quartiere a cantare canzoni, invitando le persone ad affacciarsi dai balconi”.
E alla sfida del digitale nelle loro vite, come risponde l’approccio delle vostre scuole? “Al nido ogni giorno ci restituiscono un diario fotografico della giornata, ma sono scatti fatti con la macchina tradizionale, non con il cellulare. La trovo una forma di rispetto in un mondo in cui tutti siamo sempre pronti a fare dei bambini inconsapevoli soggetti ripresi in contenti o momenti in cui non hanno la percezione dell’essere fotografati”.
Elisa Incerti, l’insegnante, conferma: “Il tablet entra come strumento, uno dei molti, accanto alla matita, al pennello o alla creta. Per invitare a una fruizione sempre attiva e non passiva”.