“A 64 anni un nuovo lavoro mi ha fatto ri-innamorare della vita”
Nel racconto della nostra lettrice un racconto personale ma universale del momento, frequente soprattutto nella vita lavorativa di una donna, in cui il lavoro smette di nutrire e comincia a logorare. E la capacità di invertire la rotta
Lo dice un report di Gallup dell’aprile 2026: solo il 20% di chi lavora a livello globale si dichiara davvero coinvolto in ciò che fa. Per le donne, in particolare, il lavoro raramente è una linea continua: è un percorso che si interrompe, riparte, cambia forma e richiede un enorme investimento affettivo, un amore che a volte si scopre nel tempo anche malriposto.
Non sempre il lavoro restituisce un riconoscimento reale del valore delle competenze e della capacità di essere di servizio. A volte si svuota lentamente, diventa freddo, indifferente, incapace di riconoscere la cura, l’esperienza, il tempo donato.
Risponde questa settimana alla lettrice Roberta Zantedeschi, consulente HR e business coach umanistica, proponendo una visione più ampia del senso del lavoro, in cui il prendersi cura degli altri diventa valore fondante perché riconnette alla produzione di senso e significato per sé, non per gli altri. Ma per farlo serve coraggio.
Se desiderate raccontare la vostra storia potete scrivere a donnelavoro@repubblica.it e la redazione la valuterà.
Cara redazione,
avevo già quarant’anni, le figlie che stavano crescendo, ma sentivo di avere ancora qualcosa da dare agli altri e a me stessa, oltre alla famiglia, naturalmente.
Così mi iscrissi a un corso provinciale per ritrovare un lavoro, per me, dopo vent’anni dal primo impiego. Fare la moglie e la mamma mi dava molto, dal punto di vista dell’amore e della soddisfazione, ma in quel periodo sentivo il bisogno di fare qualcosa anche per gli altri. Per chi è solo, per chi è anziano, per chi vive ai margini della società.
Nelle giornate trascorse insieme ad altre persone ho capito che non era solo un mio desiderio. Tante donne come me cercavano quello stesso stimolo. È stato bellissimo, una bellissima esperienza.
Poi, con tutto questo desiderio, ho cominciato a cercare un “lavoretto”. Qualche ora al giorno. Non avevo troppe pretese. Ero molto felice: il mio sogno si stava realizzando, aiutare gli altri.
Con questo spirito sono andata avanti per anni: cinque, dieci, quindici anni, quasi venti. Fino a quando, intorno a me, nell’ambiente di lavoro, ho cominciato a sentire indifferenza, freddezza, menefreghismo. Avvertivo poca considerazione per i miei compiti, poco rispetto per la cura che mettevo negli impegni lavorativi, nessuna attenzione ed empatia per i miei problemi di salute.
Piano piano ho cominciato a soffrire per questo atteggiamento nei miei confronti. Mi hanno costretta a non poter più amare il mio lavoro, a cui tenevo molto. Ero distrutta, andavo a lavorare controvoglia. Quasi per forza.
Ci soffrivo tanto, al punto che mi è venuta la depressione. Poi ho cominciato a capire, con un aiuto, che non era quella la mia strada. Ho deciso di rimettermi in gioco. Ho ripreso i libri in mano, ho cominciato a studiare, ho fatto un concorso amministrativo e l’ho vinto.
Da quasi un anno lavoro al Comune di Parma. Ho 64 anni e sono contenta di essere riuscita a trovare un lavoro che mi ha fatto “ri-innamorare” della vita.
Livia
Cara Livia la sua lettera racconta qualcosa che molte persone conoscono, ma poche riescono a mettere a fuoco con tanta precisione: il momento in cui il lavoro smette di nutrire e comincia a logorare. E poi, cosa ancora più rara, il momento in cui si decide di non accontentarsi di sopravvivere a quella fatica.
Ha impiegato quasi vent’anni a capirlo. Il suo è stato un percorso di consapevolezza, ma non fine a sé stesso, perché a 64 anni ha fatto una delle cose più difficili che esistano: ha rilanciato su sé stessa.
Approfitto della sua lettera per alcune riflessioni.
Il lavoro che non fa stare bene non è solo un problema personale. Il report Gallup 2025 sullo stato del lavoro nel mondo fotografa una realtà scomoda: solo il 21% di chi lavora a livello globale si dichiara davvero coinvolto in ciò che fa, percentuale che scende al 20% nel report uscito ad aprile 2026. La maggior parte delle persone lavora in uno stato di distacco emotivo e le donne pagano un prezzo sproporzionato: tra tutte le categorie analizzate, il calo più netto dell’engagement ha colpito proprio le manager donne, con una perdita di sette punti percentuali in un solo anno.
Le conseguenze sconfinano dall’ufficio. Lavorare con scarso coinvolgimento e con la sensazione di non essere viste, valorizzate, riconosciute può risultare, in termini di stress, rabbia e solitudine, altrettanto dannoso che essere disoccupate. Un ambiente freddo, indifferente, poco riconoscente non è solo spiacevole: è un fattore di rischio reale per la salute e l’equilibrio emotivo.
È importante non scaricare tutto sulla singola persona. Le organizzazioni hanno una responsabilità precisa nel costruire contesti sani, relazioni di lavoro rispettose, culture in cui le persone si sentano viste. Chi ha il potere di rendere migliore un ambiente di lavoro – manager, leader, HR – non può sottrarsi a questa responsabilità. Perché quando le persone se ne vanno, se possono andarsene, o si spengono restando, raramente è colpa loro.
Amore: la parola che in azienda non si nomina
Lei usa una parola che negli ambienti di lavoro si fa fatica a pronunciare: amore. “Mi hanno costretto a non poter più amare il mio lavoro”, scrive. E alla fine: “mi ha fatto ri-innamorare della vita”. Grazie per aver usato la parola più esatta per descrivere la dinamica che ha vissuto.
Il lessico del management ci gira intorno. Kim Scott, nei suoi libri sulla gestione delle persone, identifica nel caring personally, nel prendersi davvero cura delle persone che si guidano, la condizione minima per qualsiasi relazione professionale sana. La ricerca in epigenetica va anche oltre: suggerisce che la mancanza di connessione affettiva autentica non è solo fonte di disagio psicologico, ma incide sulla salute in senso stretto, sul modo in cui il corpo risponde allo stress cronico.
Forse varrebbe la pena dirlo più chiaramente: l’amore e il disamore entrano ovunque, anche nel lavoro. E il disamore indotto da una mancanza di cura organizzativa e relazionale fa male, letteralmente.
Ascoltarsi è il primo atto di cura. Il disagio che lei sentiva non era un’esagerazione. Era un’informazione che lei ha saputo leggere. Corpo e mente ci segnalano quando qualcosa non va: imparare a riconoscere quei segnali, invece di minimizzarli, è una delle competenze più sottovalutate.
Non tutte le persone hanno la libertà di rimettersi in gioco come ha fatto lei. Il suo coraggio è reale, ma è stato anche sostenuto da condizioni che non sono distribuite in modo equo, e in questa rubrica lo abbiamo letto molte volte. Eppure storie come la sua hanno un valore pubblico: non come modelli da replicare, ma come prova che muoversi è possibile. E che ascoltarsi, anche solo come primo passo, non porta mai da nessuna parte di sbagliato.
Benvenuta nel suo nuovo lavoro.