L’artista cinese Ai Weiwei parla di censura: “L’autorità morale dell’Occidente è in crisi”
La Repubblica

L’artista cinese Ai Weiwei parla di censura: “L’autorità morale dell’Occidente è in crisi”

repubblicawww@repubblica.it (Redazione Repubblica.it)
Giovedì 16 aprile 2026
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L’animale è diventato simbolo (ironico) di protesta contro la censura in Cina. Ai Weiwei lo ha trasformato – insieme a catene, telecamere di sorveglianza e all’uccellino di Twitter – in un inno alla creatività popolare. Adesso affida ancora a lui e alla seta il suo messaggio di libertà

“La tendenza in Occidente a separare artisti e attivisti è problematica. Perché, in realtà, ogni artista dovrebbe essere anche un attivista. Chi non lo è può venire considerato quasi ‘morto’. Un’arte priva di dimensione politica non esiste. E anche dichiarare che non è politica è, in sé, una posizione politica. Il fatto che invece possa influenzare la società è una questione più complessa: il suo scopo non è necessariamente quello”. Così Ai Weiwei, uno dei più noti artisti e attivisti della Cina contemporanea, nonché designer, architetto e documentarista: nel 2017 il suo Human Flow sulle migrazioni, presentato alla Mostra del cinema di Venezia, raccontava come carestie, cambiamenti climatici, povertà e guerre costringano oltre 65 milioni di persone a lasciare la propria terra.

Uno dei tessuti della collaborazione. l’incontro tra Ai Weiwei e Nicolò Favaretto (ceo di Rubelli) nella Heong Gallery del Downing College di Cambridge, di cui l’artista è membro onorario e dove due sue opere sono esposte in modo permanente. Foto Felipe Sanguinetti.

Un impegno per i diritti umani che lo ha portato a prendere posizione anche a favore di Julian Assange e della causa palestinese e che, nel suo Paese, gli è costato anni di persecuzioni. Figlio del poeta Ai Qing, a lungo esiliato per ragioni politiche, ha trascorso 30 anni della sua vita tra Stati Uniti, Europa e Cina. Fino all’arresto nel 2011 deciso dalle autorità di Pechino e alla confisca del passaporto durata fino al 2015, quando ha potuto nuovamente partire. Da allora, è tornato in patria solo una volta, alla fine dello scorso anno, per motivi familiari.

Per tutte queste ragioni è degno di nota il suo progetto, in collaborazione con la storica azienda di tessuti Rubelli, in occasione della Design Week di Milano. Si chiama Ai Weiwei: About Silk. L’installazione, che rimarrà aperta dal 16 aprile al 15 maggio nello showroom del marchio in via Fatebenefratelli, ruota attorno a un elaborato lampasso di seta che riproduce ogni elemento del disegno originale The Animal that Looks like a Llama but is Actually an Alpaca: un intricato montaggio di telecamere di sorveglianza, manette, catene, l’uccellino di Twitter e il lama/alpaca, simbolo della resistenza – non senza una nota ironica – nei confronti della censura del governo cinese, reso popolare nel mondo proprio da Weiwei. In mostra anche un divano disegnato dall’artista. E Finger (il dito medio), un altro suo motivo emblematico realizzato sullo stesso ordito del lampasso, a fare da quinta scenica a due teche contenenti documenti e reperti tessili provenienti dall’Archivio storico e dalla Fondazione Rubelli. “Da tempo mi era stato chiesto di collaborare, ma è stato solo dopo il nostro scambio più recente che ho deciso di farlo. In Italia mi sono sempre trovato molto bene, sono grato dell’accoglienza che è stata riservata a quello che faccio. Il mio rapporto con la seta è lungo e profondo. Colleziono esemplari antichi, anche di migliaia di anni fa, e ho realizzato diverse opere legate al tessile”, racconta.

Il tessuto Finger in seta e lino. Foto Claudia Zalla un momento di lavorazione nello stabilimento Rubelli di Como. Foto Claudia Zalla

Da quando ha creato la sua opera The Animal that Looks like a Llama but is Actually an Alpaca, in che direzione pensa sia cambiata la Cina?

“Il mio Paese è sempre stato in movimento, come un fiume che scorre verso il mare. Io ho avuto modo di assistere al passaggio da una società povera e relativamente sottosviluppata a una molto più avanzata. Il mio percorso personale mi ha portato dal vivere e lavorare in Cina al rimanere in Europa per oltre un decennio. Posso dire che si tratta di cambiamenti complessi: alcune cose si sono trasformate, altre sono rimaste uguali”.

Quali esperienze personali hanno avuto un impatto più profondo sul suo lavoro?

“Senza dubbio l’infanzia trascorsa in esilio con mio padre: mi ha insegnato quanto sia difficile la sopravvivenza e mi ha mostrato come l’arte possa sembrare insignificante nei momenti di sconvolgimento sociale, fino quasi a scomparire. Ho capito che la creatività individuale e l’immaginazione possono essere travolte in qualsiasi momento da forze più grandi, dalla Storia”.

Un ricordo di quando era bambino?

“Vivevamo sottoterra, senza finestre, senza luce. Usando una bottiglia, una stringa e dell’olio ero riuscito a costruirmi una lampada. In fondo, l’arte è trovare il modo di realizzare un’idea”.

Alla fine del 2025 è tornato in Cina, portando suo figlio. Che cosa le ha lasciato quel viaggio? E pensa di tornarci ancora?

“L’ho fatto principalmente per fare visita a mia madre, che ha 93 anni. Il Paese mi è parso lo stesso, mi è sembrato di non essermene mai andato. Naturalmente spero di tornarci ancora per mia madre e perché è lì che sono nato. Non ho avuto paura, ma ammetto che prima di partire non ho potuto fare a meno di ricordarmi del periodo trascorso in prigione e delle minacce ricevute. Mi dissero che sarei rimasto lì dentro per anni, così a lungo che, una volta fuori, mio figlio non sarebbe stato in grado di riconoscermi”.

dettagli del lampasso in seta e filati metallici ispirato all’opera The Animal that Looks like a Llama but is Actually an Alpaca. Foto Claudia Zalla la firma di Ai Weiwei, che riproduce quella apposta a Cambridge per approvare il campione finale. L’installazione Ai WeiWei: About Silk sarà visitabile dal 16 aprile al 15 maggio nello showroom milanese di Rubelli, in via Fatebenefratelli 9. Foto Claudia Zalla

Ha da poco pubblicato un nuovo libro, Ai Weiwei on Censorship (Thames&Hudson), in cui parla della censura anche nel mondo occidentale. Qual è il suo punto di vista?

“La censura è spesso associata alla Cina o a contesti autoritari, ma in realtà esiste ovunque ci sia potere. I sistemi politici, culturali e finanziari occidentali esercitano anch’essi forti forme di censura. Non si tratta solo di un qualcosa imposto dall’alto: permea l’educazione, i social media, i valori della società. Modella gli individui al punto da rendere difficile immaginare come si possa vivere senza. In questo senso stabilisce norme comportamentali e intellettuali per tutti, con un effetto ampio e profondo. In Cina sono stati compiuti molti progressi dal punto di vista tecnologico e anche la libertà personale è migliorata, mentre l’autorità morale dell’Occidente è in crisi”.

Che impatto avrà l’intelligenza artificiale sulla sorveglianza e sul controllo sociale?

“Assolutamente rivoluzionario. Non è solo un cambiamento tecnologico, in cui la privacy individuale potrebbe di fatto scomparire, ma anche psicologico e filosofico. La censura diventa sempre più interiorizzata, una condizione di sopravvivenza. Questo segna un cambiamento rispetto ai modelli tradizionali di controllo, non saranno più qualcosa di semplicemente imposto ai singoli”.

E sull’arte, invece?

“L’Ai trasformerà profondamente la società. La sua capacità di elaborazione algoritmica cambia il modo in cui le informazioni vengono accumulate e comprese. Tuttavia, l’arte, nella sua forma più autentica, non verrà sostituita dall’intelligenza artificiale. Perché si oppone all’artificialità: è spesso fuori tempo, resistente, non conforme. Non è “corretta”, non segue le norme”.

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