Linus: “Noi terroni di periferia andavamo a ballare in centro. E mi sentivo un po’ Tony Manero”
Benvenuti nella capsula del tempo del direttore artistico di Radio Deejay. Alla vigilia dei 50 anni davanti a un microfono, confessa il furto di una bicicletta (e di qualche matita). E perché, da quando ha messo il primo disco, ha smesso per sempre di ballare
Il primo vagito al microfono di una radio l’ha emesso cinquant’anni fa, in un mercoledì d’aprile del 1976. Tre mesi prima che la Corte Costituzionale liberalizzasse le frequenze trasformando le emittenti private, che poi erano pirata, in vascelli autorizzati a viaggiare nell’etere. E da allora non è che l’immaginario di Linus, direttore artistico di Radio Deejay, Pasquale Di Molfetta al secolo e fratello maggiore di Albertino, sia diventato molto più cibernetico. Il suo ufficio milanese, all’ultimo piano della sede di via Massena, è una capsula del tempo: la bicicletta, le foto con Gerry Scotti e Jovanotti, il modellino di un sottomarino, l’ampli valvolare, una chitarra acustica (che non suona), i blocchetti gialli modello legal paper e centinaia di matite raccolte in una muraglia di contenitori di latta.
Stesso sapore di ritorno al futuro del recital che ha portato nei teatri: Radio Linetti Live, un monologo musicale dove ogni vinile apre a una storia: i Fleetwood Mac (l’album Rumours fu per anni il più venduto nella storia), Barry White, Donna Summer (la disco music come fenomeno globale nacque grazie alla sua Love To Love You Baby), lo zainetto, la spada di Guerre Stellari. E i mille locali girati, un po’ malvolentieri, facendo il dj: “Ho smesso quando sono arrivati i cd e le chiavette”, dice. “Ho capito che la mia stagione nei club era finita”.
frammenti “dall’album” di Linus: dai vinili che raccontano storie (Rumours dei Fleetwood Mac e Is This Whatcha Wont? di Barry White), al suo ufficio in via Massena a Milano (in basso a destra), ma soprattutto i compagni di viaggio che lo hanno affiancato negli anni a Radio Deejay come il fratello Albertino e Amadeus (in basso a sinistra), Jovanotti (in basso al centro), Nicola Savino e Mario Fargetta (al centro della pagina insieme ad altri). Foto di IPA - F.Cocco, F. Guilda, S.Pavesi/Contrasto - M. Maule/Fotogramma - E. Fabbrici/Mondadori Portfolio
Partiamo dai barattoli oppure dai dischi?
“Di vinili ne avrò 4mila mentre sul resto voglio chiarire: io non sono un collezionista di matite. È tutto partito per caso, rubacchiandole qua e là negli alberghi o nei ristoranti”.
Quindi di fatto è un malloppo.
“Esatto. Poi tutti hanno iniziato a regalarmele convinti che le collezionassi sul serio. E ora restano lì, schierate a protezione della scrivania, come cavalli di Frisia”.
E non le usa mai?
“Per fare l’agenda: segno l’impegno a matita, se diventa reale ripasso a penna, e una volta trascorso cancello col pennarello nero. La scaletta del programma invece la scrivo col Tratto Pen, che è morbido, però chiaro. È da psicopatici. Ma amo la cancelleria”.
Perché?
“Mi è capitato di raccontare della mia infanzia povera ma felice, dove non avevo nulla e quindi ogni cosa in più dava gioia. Ecco, credo che tutto questo rappresenti la cartella di scuola che non ho mai avuto”.
Letteralmente mai avuta?
“Beh, striminzita. E se perdevo una gomma era una tragedia. L’unica volta in cui ho dato un calcio in culo a mio figlio è stato perché continuava a perdere i materiali dall’astuccio. E me lo rinfaccia ancora”.
Prima di Barry White e Donna Summer che musica c’era?
“Era fatta di estremi: da una parte i cantautori, o il rock pesante o la progressive della Pfm. Dall’altra, cose fanciullesce da sigla tv: La tartaruga di Bruno Lauzi e Piange il telefono di Modugno. Oppure dei cult come Volo AZ 504 degli Albatros, uno psicodramma su tale Sandra che molla il fidanzato e torna al suo paese. Il cantante era Toto Cutugno”.
A che punto era la sua vita?
“Frequentavo la scuola per periti elettrotecnici, un Itis con 700 maschi e neppure una ragazza: depressione totale. Ascoltavo Battisti e De Gregori, in particolare la sua Pezzi di vetro, che amavo. Quando l’ho raccontato a Francesco mi ha detto che era il brano simbolo degli sfigati degli anni Settanta”.
Il testo è criptico.
“Lui sostiene che di criptico non ci sia nulla: era in giro per Trastevere con la fidanzata quando d’un tratto s’imbatterono in questo fachiro bellissimo, che si esibiva per strada. Lei si invaghì all’istante. E lui rimase lì come un coglione”.
Linus sul palco durante una tappa del tour teatrale del suo Radio Linetti Live. Foto DR
Poi arriva la Febbre del sabato sera, famoso per le mossette, ma in realtà un film drammatico.
“Abitavo fuori Milano, a Paderno Dugnano, e una specie di Tony Manero mi sentivo davvero. Prendevo il treno delle Ferrovie Nord, scendevo in Cadorna e andavo a ballare la domenica pomeriggio al Mandala, che poi è diventato l’Hollywood. Insieme agli altri terroni di periferia agghindati e con le scarpe a punta, padroni di un mondo che i borghesi snobbavano. Come Manero cercavamo la nostra emancipazione nel fine settimana, e lì abbiamo trovato l’energia che ci ha fatto diventare quello che siamo”.
Era un ballerino provetto?
“Scatenato, ma ho smesso di ballare nel momento esatto in cui ho messo il primo disco. Ora, in un locale, la sola cosa che so fare è starmene appoggiato al muro col gin tonic in mano. Mi vergogno”.
Che jeans metteva?
“I primi Levi’s e i Wrangler. Che andavano portati attillatissimi ma su di me non calzavano bene, perché ero troppo magro”.
E quindi?
“E quindi li scucivo aprendo la ribattuta laterale. E poi me li stringevo da solo usando ago e filo. E mia madre, giù insulti”.
Il debutto alla radio, nei sobborghi o in centro?
“A Cinisello Balsamo, a Radio Hinterland Milano 2, dove mi aveva portato un amico più sgamato di me. Mi fecero un provino veloce e chiesero come mi chiamassi: Linus, risposi. E loro: ma che cazzo di nome è? E io: eh, a scuola mi chiamano così. E venni arruolato. Poi passai a Radio Music, in un palazzone davanti al cimitero di Bollate: la comprò Claudio Cecchetto e divenne Radio Deejay”.
E come ci andava a Bollate?
“Con la corriera. Oppure rubavo le biciclette”.
Reato prescritto, racconti.
“Per coprire il turno serale, io e mio fratello Albertino ci facemmo prestare la macchina dal capo, un catorcio che alle due di notte, nella nebbia fitta, ci mollò. Scendemmo nelle cantine e rubammo due bici per tornare a casa, a dieci chilometri di distanza. L’intento era restituirle: ma qualcuno, la mattina, le fregò a noi”.
Col suo soprannome ha fatto pace?
“Ma sì dai. Anche perché l’alternativa sarebbe peggio: ogni tanto qualche matto mi chiede di candidarmi a sindaco di Milano e io faccio notare che il manifesto, con la mia foto e la scritta “Pasquale di Molfetta in arte Linus”, sembrerebbe una locandina funebre”.
Però che tentazione fare il sindaco, è il mestiere più bello del mondo.
“Lo dice perché non è un personaggio pubblico. Io invece so bene quanto possa essere cattiva la gente quando ti attacca, coi social sarebbe tutto amplificato e io sono uno che ci resta male. Se impazzissi, e mi candidassi davvero, lo farei senza Instagram né TikTok”.
Pasquale sindaco.
“Ritrovarsi a Milano con quel nome, negli anni Sessanta, è stata dura. Sono cresciuto vergognandomene”.
Il futuro, quando se lo immaginava da bambino, era così poco “futuroso” come è adesso?
“Sono del ’57, i Duemila parevano lontanissimi e io guardavo i Jetsons in tv che viaggiavano su navicelle spaziali. E invece salta fuori che il domani non è altro che lo ieri. Solo leggermente modificato”.