«Mio padre Gian Paolo Ormezzano, uno show continuo tra grande cultura e freddure. Mitico quando lasciò il Processo di Biscardi dicendo 'basta minch...'»
Corriere della Sera - Cultura

«Mio padre Gian Paolo Ormezzano, uno show continuo tra grande cultura e freddure. Mitico quando lasciò il Processo di Biscardi dicendo 'basta minch...'»

Domenica 1 marzo 2026
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Timothy racconta il decano del giornalismo sportivo italiano, scomparso nel 2024. «Era via da casa 6 mesi all’anno, sono stato concepito in occasione di una tappa del Giro d’Italia a Sondrio, ma non ci ha fatto mai mancare niente»

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«Mio padre Gian Paolo Ormezzano, uno show continuo tra grande cultura e freddure. Mitico quando lasciò il Processo di Biscardi dicendo 'basta minch...'»

di Fabrizio Dividi

Timothy racconta il decano del giornalismo sportivo italiano, scomparso nel 2024. «Era via da casa 6 mesi all’anno, sono stato concepito in occasione di una tappa del Giro d’Italia a Sondrio, ma non ci ha fatto mai mancare niente»

«Se non ci fosse, dovremmo inventarcelo». Gabriele Ferraris presentava così il «poligrafo inesauribile, instancabile, torinesissimo e cosmopolita osservatore della contemporaneità». Oggi, a poco più di un anno dalla scomparsa — era il 27 dicembre 2024 — il figlio Timothy, giornalista del Corriere Torino, restituisce un ritratto «privato» di papà «Gpo». «Mio padre è nato in corso Tassoni 18 a Torino il 17 settembre 1935. Ha frequentato il Liceo Cavour da “primo della classe”, anche nella corsa campestre. Un po’ insopportabile per i compagni cui però non mancava di passare i compiti ricevendone in cambio delle mentine».

Praticava sport oltre che raccontarlo?
«Come nuotatore perdeva solo da “un certo” Carlo Pedersoli, meglio noto come Bud Spencer, e a 60 anni ha anche corso la maratona di New York».

Che padre era?

«Sono il figlio più giovane e ho 51 anni, 12 anni meno di mia sorella Olivia e 8 meno di Maria Camilla. Era un papà normalissimo per noi figli e un “nonno felice” per gli otto nipoti che infilava negli articoli e in tv. Lo ricordo pieno di gioia e di consapevolezza della sua fortuna».

Fortuna?
«Aveva quasi un senso di colpa per il tanto, troppo diceva, che aveva avuto dalla vita. Si sentiva fortunatissimo per aver girato il mondo da inviato e spesso diceva: “Ho vinto la lotteria comprando tanti biglietti, ma c’è anche chi ne ha comprati come me ma non è stato premiato”. Si riferiva all’età dell’oro del giornalismo, lui, a 40 anni direttore di Tuttosport dove aveva iniziato a 17 anni, e poi a La Stampa e al Corriere».

I reportage del cuore?
«A 35 anni da inviato a Cape Kennedy per seguire il primo sbarco sulla Luna, «il record del mondo di salto in alto”. Poi, lo scudetto del Toro e le interviste al Negus Hailé Selassié e a Muhammad Ali. Raccontare le morti di Fausto Coppi e di Gigi Meroni furono sicuramente i suoi articoli più tristi».

Il suo primo ricordo?
«Da bambino, mentre scriveva e dettava i pezzi al telefono. Poi arrivarono i primi fax e lui incastrava il telefono in un attrezzo per collegarsi al giornale».

E in famiglia?
«Alle feste delle mie sorelle gli lanciavano un argomento a caso, per esempio “le lenticchie”, e lui doveva parlarne per 5 minuti filati, cosa che puntualmente riusciva a fare».

Viaggi?
«Ogni tanto mi portava con lui, come alla maledetta trasferta del Toro a Innsbruck. Per esempio, andai a diverse tappe del Giro d’Italia e ai Mondiali di ciclismo in Francia e in Austria. L’ultimo viaggio ad Atlanta ’96 fu il più bello, con pochi biglietti per discipline improbabili che trovavo a poco prezzo».

Come vi educava un papà «sempre promossissimo»?
«Era tutt’altro che severo, ma sapeva che in mia mamma Silvia aveva una sponda affidabile. A volte non comprendeva le mie scelte e in campo professionale non mi ha mai mostrato scorciatoie. Ricordo con piacere la gavetta al suo fianco su Alè Toro e Granatissimo, ma un cognome pesante, anche se può aiutare, è un’arma a doppio taglio.».

Una sgridata epocale?
«A 18 anni, fresco di patente, mi chiese di spostare la sua auto in garage e la mia risposta da giovane svogliato gli risultò incomprensibile. Lui era spinto da un fortissimo senso del dovere per famiglia e collettività: basti dire che parcheggiava sempre vicino all’altra macchina, per lasciare posto a chi sarebbe arrivato dopo».

E un abbraccio speciale?
«Quando mi vide uscire con 8 punti di sutura, uno per ogni rappresentante del G8, dal carcere di Pavia dove eravamo stati portati a strascico dopo le manifestazioni di Genova. Aveva paura di stringermi troppo per non farmi male, ma era soprattutto imbarazzato di come avrebbe potuto spiegarmi che una cosa del genere poteva capitare anche in uno stato democratico. Si espose scrivendo che la testa rotta di una ragazza valeva molto di più di una vetrina sfasciata e che se fosse stato “tecnicamente possibile”, mi voleva ancora più bene».

Gpo: 25 Olimpiadi, 28 Giri, 15 Tour. Come si viveva con un padre viaggiatore?
«Era via da casa per 5 o 6 mesi all’anno, basti dire che sono stato concepito in occasione di una tappa del Giro d’Italia a Sondrio, ma non ci ha fatto mai mancare niente. Ci telefonava di continuo e lasciava lunghi messaggi in segreteria che conservo gelosamente».

Com’era vederlo in Tv?
«Mitico il giorno in cui abbandonò il Processo del Lunedì urlando “sono stanco di queste minchiate”».

«Era l’intelligenza sentimentale» ha scritto Marco Ciriello: cosa intendeva?
«Aveva una tale cultura, alta e bassa, che non lo fregavi mai. Amava leggere romanzi ma anche le barzellette e giochi di parole e ci ha letteralmente bombardato di aneddoti».

Nel suo ultimo ricordo lei ha scritto: «Mi ha insegnato l’onestà, la leggerezza, l’ironia, l’umiltà, la curiosità, il relativo e il giusto». Un esempio?
«Mi riferivo alla generosità delle piccole cose; il “giusto” era il rispetto per gli altri; il “relativo” era saper accettare le sconfitte, come chi è del Toro o di Sinistra, ma anche in termini di vita. In fondo a qualcuno è andata peggio».

Da guida spirituale per cuori granata (infranti) papà vi ha impartito una «educazione calcistica»?
«Mi ha raccontato la storia del Toro con così tanto romanticismo che non potevo che innamorarmene, ma apprezzava anche i “lati B”: “Mazzola era immenso, ma Maroso di più; gli scudettati grandi, ma Ferrini era il massimo”».

Paolo Pulici?
«Scriveva che veniva come risucchiato dalla Maratona e un giorno mi presentò Junior, il più grande straniero di sempre, cui insegnò perfino qualche frase in piemontese come “esageroma nen”. Ma era sportivo. Grande amico di Boniperti, faceva anche documentari su Platini e sulla Juve».

Diceva Gpo: «Il Covid mi ha aggredito». Fu lì che lo vide invecchiare?
«Brutta avventura. Dopo quei tre ricoveri, ha perso il gusto e, da caloroso che era, aveva sempre bisogno di una coperta. “La paura fa 90 — diceva — la paura di non arrivarci”, e infatti se n’è andato a 89 anni. All’ospedale fece amicizia con un vicino di letto impazzito quando ha saputo che conosceva Paola Ferrari: lo guardò come un semidio».

Come ha vissuto la vecchiaia?
«Da “cuor contento”. Ha mantenuto la leggerezza e lo sentivi fischiettare per casa».

L’ultimo ricordo?
«Poche ore prima di morire mi ha fatto vedere un libro di sport appena uscito e mi ha chiesto una mini spesa da giovanotto, con una enorme bottiglia di succo di frutti rossi e della maionese. Negli ultimi tempi siamo stati vicini come mai prima: l’ho accarezzato tante volte su quel suo faccione buono che richiamava coccole».

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