Monica Acito e i miracoli carnali di una bimba dai capelli bianchi
Corriere della Sera - Cultura

Monica Acito e i miracoli carnali di una bimba dai capelli bianchi

Sabato 28 febbraio 2026
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Nel nuovo romanzo della scrittrice un Cilento da realismo magico e una Napoli antica e contemporanea insieme

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Monica Acito e i miracoli carnali di una bimba dai capelli bianchi

di Mirella Armiero

Nel nuovo romanzo della scrittrice un Cilento da realismo magico e una Napoli antica e contemporanea insieme

Monica Acito

«La carità carnale» di Monica Acito (Bompiani) è un libro importante. In un panorama spesso asfittico, dove gli autori italiani si muovono tra saghe storiche che assecondano le mode del momento e narrazioni intimistiche e diaristiche, Acito inventa un mondo e una lingua. La giovane autrice cilentana, che ha esordito nel 2023 con Uvaspina, segue il solco di una tradizione ben precisa, ovvero quella che parte dal meraviglioso e grottesco di Basile e via via prosegue fino al Novecento della Ninfa plebea di Rea e delle suggestioni magiche e surreali di Ortese dell’Iguana o del Cardillo, passando per le descrizioni sulfuree della Pelle di Malaparte. Sono evidentemente questi i modelli a cui guarda la scrittrice, che prova a reinventarli e riadattarli al presente. È infatti antica e al tempo stesso contemporanea la storia di Marianeve, bambina prodigiosa nata con i capelli bianchi come piume di cigno e capace di emanare profumo di fiori e di fragole. Il suo miracolo si incarna nel cuore del Cilento, in una famiglia votata alla fatica, al lavoro, ai sacrifici. Un Cilento dalle «anche ossute», «bocca del demonio» con «i muschi e i licheni sulla lingua: i figli del Cilento non puzzavano di pesce come i salernitani e non sapevano di tufo come i napoletani, non sembravano manco cristiani, perché c’avevano le testoline piccole da barbagianni, beccacce, capinere... erano uccellini che aprivano le ali grigie e andavano a posarsi sulle lamiere e sul cemento dell’Alta Italia, dove erano sempre gli ultimi fessi». 
Marianeve ama profondamente l’omone, detto Sarchiapone, che le è padre e che a sua volta vede nella figlia la sua unica ragione di vita, in mezzo a un’esistenza ottusa e vuota. La ragazza ama anche la «madre inselvatichita», ma al tempo stesso prova profonda indicibile vergogna per questi legami, lei che è sempre la più brava a scuola, dotata nello studio e nel disegno, candida come una creatura fatta di latte o di neve. I suoi genitori sono radici che le paiono destinate a marcire; a un certo punto però si consuma la frattura perché Marianeve va a studiare all’università, si trasferisce a Napoli, come fuori sede, in una piccola casa con due coinquiline. «Tutte e tre camminavano e sembrava che da un momento all’altro la grande ostrica aprisse la sua bocca e le ingoiasse, per poi accarezzarle con la sua lingua di mollusco bianco, e quella lingua lunga e fatta di pietre era la discesa di Mezzocannone». 
Marianeve è un personaggio complesso, pieno di sfumature, e la sua storia si dipana in parallelo con quella di Giulia Di Marco, suora eretica del Seicento che utilizzava il proprio corpo come strumento per guarire gli ammalati, attraverso pratiche mistiche e scandalose destinate ad essere represse dal Sant’Uffizio. A Marianeve viene raccontata la vicenda della singolare santa e la ragazza entra in profonda sintonia con il personaggio, facendo sua quella che per Giulia era la «carità carnale»; Marianeve abbraccia lei stessa quella fede, dopo l’incontro con un ragazzo dal volto chiazzato di rosso. Sullo sfondo, mai scenario neutro ma piuttosto ambiente vivo e palpitante, c’è la città piena di misteri, di chiaroscuri, di ombre: «La notte dei vicoli di Napoli aveva il colore della viola di mare e pareva di stare nel fondo di un’acqua buia; ogni cosa vibrava di quel viola tremendo e irripetibile, ogni cosa era pesante come un inchiostro di calamaro». E, dall’altra parte di questa oscurità, c’è la vita quotidiana di tre ragazze alle prese con i conti in rosso, i progetti per il futuro, i ragazzi che sperano in una notte di sesso e danno poco e niente in cambio. Anche Marianeve sogna l’amore, forse pensa di averlo incontrato, si trasforma ancora una volta, del resto lei è «l’onda del mare tutta ingioiellata di schiuma». Poco importa se quell’amore era un inganno, come lo era stata l’amicizia infantile con Lucrezia. Tutto è vita in una ragazza dai capelli candidi e Marianeve lo dimostra nell’ultimo grande slancio verso il suo Sarchiapone, che già da piccola «amava con la stessa foja con cui si vergognava di lui in pubblico». Ma Marianeve è cresciuta e questa volta sa chi è, si riconosce e riesce a smettere di fuggire da se stessa. 

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