Ruth Orkin, Bologna celebra le fotografa americana innamorata del cinema con la mostra «The Illusion of Time»
Corriere della Sera - Cultura

Ruth Orkin, Bologna celebra le fotografa americana innamorata del cinema con la mostra «The Illusion of Time»

Sabato 28 febbraio 2026
3 visualizzazioni

A Palazzo Pallavicini , dopo Vivian Maier, Tina Modotti e Lee Miller, approda un’altra figura centrale della fotografia del ‘900

Stati Uniti e Israele lanciano l'attacco sull'Iran | La diretta

I tuoi preferiti

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccedi

Hai salvato un nuovo articolo

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

Ruth Orkin, Bologna celebra le fotografa americana innamorata del cinema con la mostra «The Illusion of Time»

di Piero Di Domenico

A Palazzo Pallavicini , dopo Vivian Maier, Tina Modotti e Lee Miller, approda un’altra figura centrale della fotografia del ‘900

Dopo Vivian Maier, Tina Modotti e Lee Miller, a Palazzo Pallavicini da giovedì approda un’altra figura centrale della fotografia del ‘900 come la statunitense Ruth Orkin, scomparsa nel 1985. «Ruth Orkin. The Illusion of Time», presenterà in via San Felice 24, fino al 19 luglio con ingresso a 16 euro, 187 fotografie, due macchine fotografiche e documenti legati alla fotografa e regista, figlia di un’attrice del cinema muto. La mostra bolognese è a cura della storica dell’arte francese Anne Morin.

Anne Morin, che posto occupa Ruth Orkin nella storia della fotografia?
«Per molti versi è stata una rivelazione postuma. Sebbene abbia lavorato per tutta la vita, il suo pieno significato artistico è stato riconosciuto solo dopo la rivalutazione dei suoi archivi. Inizialmente Orkin aspirava a diventare una regista, tanto che un suo film indipendente del 1953, The Little Fugitive, influenzò profondamente François Truffaut».

Quindi una scoperta tardiva?
«Mostre come quella di Bologna svolgono un ruolo cruciale in questa riscoperta, rivelando un corpus di opere che si intreccia profondamente con la cultura americana del dopoguerra, la vita di strada e il ruolo delle donne, sia davanti che dietro la macchina fotografica».

Come sarà organizzata la mostra?
«Quando ho iniziato a fare ricerche negli archivi di Orkin, prima ancora di sapere che la sua ambizione iniziale era stata quella di diventare regista, all’epoca in gran parte inaccessibile alle donne negli Usa, sono rimasta colpita dalla presenza persistente del cinema nel suo percorso fotografico. Era come se la grammatica del film perseguitasse le sue immagini. Le sue fotografie spesso non funzionano come immagini isolate, ma come parti di costruzioni visive più ampie».

C’è qualche tratto particolare nel percorso?
«Un punto di riferimento chiave è il fotoromanzo italiano, emerso dopo la Seconda guerra mondiale. Progettato in parte per raggiungere un pubblico semianalfabeta o analfabeta, il fotoromanzo raccontava storie attraverso sequenze di immagini. Un modello in sintonia con la pratica di Orkin, che non si limitava a documentare la realtà, ma costruiva narrazioni visive attraverso immagini fisse, all’incrocio tra fotografia e cinema. I suoi protagonisti sono spesso bambini o figure marginali, e in questo senso il suo lavoro risuona con quello di Vivian Maier».

Qual era il suo rapporto con l’Italia?
«L’Italia ha avuto un ruolo decisivo nella carriera di Ruth Orkin. L’immagine che le ha assicurato un posto nella storia della fotografia è stata scattata a Firenze nel 1951. Nota come American Girl in Italy, creata in collaborazione con l’amica e modella Ninalee ‘Jinx’ Allen. L’immagine, che mostra una giovane donna che cammina da sola per una strada fiancheggiata da uomini che la fissano apertamente, ha acquisito una rinnovata risonanza negli ultimi anni, in particolare nel contesto del movimento #MeToo».
 
Cosa vedeva Ruth Orkin dalla sua finestra affacciata su Central Park?
«Verso la fine della sua vita, mentre la malattia limitava sempre più la sua mobilità, il suo rapporto con il mondo divenne più circoscritto, ma non per questo meno attento. All’inizio degli anni ‘80, dopo la diagnosi di cancro che le avrebbe tolto la vita, trascorse lunghi periodi nel suo appartamento con vista su Central Park. Da quel punto di osservazione privilegiato fotografava il mutare delle stagioni, il susseguirsi delle ore del giorno e le sottili modulazioni di luce nel paesaggio. Invece di cercare nuovi soggetti, tornava ripetutamente sullo stesso panorama, registrando piccole variazioni di atmosfera e luminosità. Una pratica quasi meditativa per una serie che ricorda le Trentasei vedute del Monte Fuji di Hokusai».

LEGGI ANCHE

Vai a tutte le notizie di Bologna

Iscriviti alla newsletter del Corriere di Bologna

28 febbraio 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Arisa con il coro del Teatro Regio di Parma nella serata delle cover di Sanremo: il video delle prove

Il Coro parmigiano accompagnerà l'artista nel brano «Quello che le donne non dicono» nella serata che prevede i duetti tra artisti nell'esecuzione di grandi classici

L'informazione nella tua mail

Corriere di Bologna

Le news principali su Bologna
Ogni giorno alle 18, a cura della redazione

IscrivitiLA PRIMA PAGINA DI OGGI

Condividi questo articolo