La politica, la satira e le zuffe festivaliere
Corriere della Sera - Cultura

La politica, la satira e le zuffe festivaliere

Sabato 28 febbraio 2026
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Anche quest'anno la kermesse sanremese ha confermato la sua natura replicante, ostinata nel ripetere i suoi rituali

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La politica, la satira e le zuffe festivaliere

di Diego De Silva

Anche quest'anno la kermesse sanremese ha confermato la sua natura replicante, ostinata nel ripetere i suoi rituali

Ormai lo sappiamo: non c’è Sanremo che non abbia una polemica come trailer. Quest’anno è toccato al comico Andrea Pucci, il cui rientro riparatorio al festival (poi non avvenuto) è stato caldeggiato via social nientedimeno che dal Presidente del Senato – preceduto dalle dichiarazioni premier che ha parlato di «doppiopesismo della sinistra» nella gestione della satira (dunque la sinistra non sarebbe accusabile solo di egemonia culturale, ma anche satirica) – che ha definito «ingiusta sofferenza» quella subìta dal comico, autoritiratosi dalla manifestazione a seguito delle polemiche e delle contestazioni ricevute via social.
Intanto, la novità è che non s’era ancora visto un intervento istituzionale così diretto (con tutta l’immediatezza del media digitale, senza passare attraverso, che so, un’intervista a un giornale o una dichiarazione rilasciata a un cronista di passaggio) in difesa di un comico. In un certo senso, questo appello del Presidente del Senato al presentatore Carlo Conti, leggibile come un bagno d’umiltà della politica verso lo spettacolo, rappresenta il superamento della categoria della raccomandazione, che pensavamo fosse ancora la modalità insuperata di piazzamento dei favoriti. 
Qui siamo ben oltre quella che fino a poco tempo fa, con un eufemismo, veniva chiamata «segnalazione»: la politica oggi si spende in prima persona, ci mette la faccia (per usare un’espressione inelegante), non si fa problemi a sconfinare in un campo che, peraltro, non rientrerebbe nelle sue competenze (ma non è proprio una novità assoluta: chi ricorda quando, tanti anni fa, l’allora Presidente della Repubblica Cossiga, in un’intervista tv spoilerò un finale di stagione di «Beautiful»? Lui però aveva degli accessi comici che facevano ridere di gusto: la comicità dei politici moderni, quando ci provano, è a tutto concedere deprimente).
In più, la polemica Pucci ha trascinato con sé, com’era inevitabile che accadesse, anche una rispolverata delle zuffe sulle ragioni del sì e del no al referendum sulla separazione delle carriere, creando un polpettone mediatico dove, al solito, s’è finito per dire che le canzoni («Il vero valore del festival», ripetono i romantici della musica leggera italiana) avrebbero patito una minore considerazione a favore del chiacchiericcio politico dominante.
Insomma, al di là dell’audience, del valore delle canzoni (tante delle quali sempre più indistinguibili, ma grazie all’intelligenza non artificiale di qualche autore un paio di eccezioni si sono viste), delle scenografie sempre più costruite sul modello X-Factor (balletti e costumi a gogò dietro il cantante in scena), del maggiore, minore o nessun carisma degli ospiti convocati in qualità di aiuto-conduttori, anche quest’anno il festival ha confermato la sua natura replicante, ostinata (e, in questo, italianissima) nel ripetere i suoi rituali alla faccia delle (o grazie alle) intemperie politiche (anche quelle, sempre in replica).
A sabato prossimo.

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28 febbraio 2026

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