Degas e Zandomeneghi, i colori di Parigi a Palazzo Roverella
Un percorso comune nel segno dell’impressionismo: l'esposizione a Rovigo fino al 28 giugno intreccerà le opere, la vita e il tempo dei due pittori
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Degas e Zandomeneghi, i colori di Parigi a Palazzo Roverella
di Barbara CodognoUn percorso comune nel segno dell’impressionismo: l'esposizione a Rovigo fino al 28 giugno intreccerà le opere, la vita e il tempo dei due pittori
Si parte da Firenze, dove i ribelli Macchiaioli, nella seconda metà dell’800, si ritrovano al Caffè Michelangelo. Per contrasto di luci e di toni, le loro macchie già anticipano la vibrazione cromatica che nasce a Parigi, dove gli impressionisti hanno invece come punto di riferimento il Café Nouvelle Athènes, in Place Pigalle.
A Palazzo Roverella la mostra «Degas e Zandomeneghi. Impressionismo tra Firenze e Parigi» a cura di Francesca Dini, aperta da oggi fino al 28 giugno, intreccia le opere di Federico Zandomeneghi (1841- 1917) a Edgar Degas (1834 - 1917). Una mostra che ricostruisce con grande attenzione, anche grazie all’ausilio di docu-video, le vicende sociali, storiche e umane che attraversano la vita dei due protagonisti. Il percorso prende avvio da Firenze, luogo decisivo per entrambi, dove Degas nel 1858 studia il Rinascimento e frequenta il Caffè Michelangelo.
In mostra, il confronto con i macchiaioli, da Borrani a Fattori, consente di comprendere come la «macchia» toscana abbia agito sulla sensibilità di Degas in senso strutturale, come sintesi tonale. La sezione dedicata agli anni italiani di Zandomeneghi mostra invece un artista immerso nel clima macchiaiolo ma già orientato verso una vibrazione cromatica più sottile: Zandò, infatti, forma la propria coscienza pittorica prima del trasferimento definitivo a Parigi. Quando approda nella capitale francese, il suo incontro con Degas sarà fondamentale.
Zandomeneghi era un fine conoscitore dei pigmenti e delle loro reazioni, mentre da Degas apprenderà l’audacia dei tagli asimmetrici, le inquadrature improvvise, quasi decentrate, che spezzano la frontalità tradizionale. «In Zandomeneghi il colore la fa da maestro. Degas lo definisce “il veneziano”, un modo anche ironico di riferirsi a questo artista che difendeva l’italianità della pittura- spiega la curatrice- all’interno del gruppo impressionista. Il suo colore è caldo. Dove Degas è asciutto, in Zandomeneghi c’è sempre questa vibrazione luminosa importante». Degas, «che dipinge i suoi soggetti quasi sempre sotto l’influsso dell’assenzio – continua la curatrice – era scontroso, cinico, una figura appartata; mantiene un impianto disegnativo fermo. Nei suoi interni, la composizione è costruita con una precisione architettonica che incornicia la solitudine moderna. Zandomeneghi era invece gioviale, vitale: italiano!».
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Nelle opere della piena stagione impressionista, l’italiano assimila quell’immediatezza dell’attimo e quell’impianto tagliente, ma vi innesta la memoria della tradizione cromatica veneziana, fatta di impasti caldi e di una stesura filamentosa che accende la superficie. Entrambi amano il pastello, ma lo piegano a esiti differenti. Degas utilizza pastelli bagnati o polverizzati a pennello. La sua superficie è costruita per addizione e fissaggio. Zandomeneghi, al contrario, sceglie spesso carte preparate a mano con tonalità calde, fondi colorati che diventano parte attiva dell’immagine. La preparazione calda intensifica i contrasti e produce una luminosità interna, non atmosferica ma strutturale, che distingue la sua pittura da quella dei colleghi francesi.
Nella sezione dedicata agli anni Ottanta il confronto tra i due si fa serrato. La riflessione sul corpo femminile e sull’intimità borghese si declina in due registri complementari: Degas osserva con lucidità analitica, quasi clinica; Zandomeneghi ammorbidisce la forma, avvolge le figure in un’atmosfera cromatica che ne attenua la tensione psicologica. Prova ne siano lavori come A letto o le Moulin de la Gallette realizzati da Zandò già convertitosi all’impressionismo. Edgar Degas è il maestro riconosciuto. È lui che offre a Zandomeneghi un modello di modernità: il taglio asimmetrico, l’inquadratura decentrata, l’idea che la scena quotidiana possa diventare teatro psicologico. Ma Zandomeneghi è un interlocutore serio, soprattutto nella tecnica. In più offre una visione più aperta al sentimento grazie al lirismo del colore. «Una mostra che è episodio di una storia di successo e ricerca –spiega Gilberto Muraro, Presidente della Fondazione Cariparo– scaviamo nel filone tra l’800 e il 900 in cui siamo protagonisti, cercando di spostare la frontiera della conoscenza».
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