L’indipendenza della conoscenza
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Venerdì 27 febbraio 2026
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Finanziare la ricerca pubblica è una questione di democrazia

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L’indipendenza della conoscenza

Maria Pia Abbracchio * e Gianfranco Pacchioni ** | 27 febbraio 2026

Finanziare la ricerca pubblica è una questione di democrazia

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Se si eccettua la parentesi felice del PNRR, durante la quale milioni di euro in prestito dall’Europa si sono riversati nelle casse delle nostre università e dei Centri di ricerca, il nostro Paese ha vissuto per anni una condizione di definanziamento strutturale della ricerca pubblica, che ha generato forti preoccupazioni da parte di Società scientifiche, accademie, Enti Pubblici e singoli ricercatori. Negli ultimi mesi, la fine imminente dei progetti di ricerca legati al PNRR ha creato ulteriore allarme, dato che sono in scadenza migliaia di contratti a termine di ricercatori, tecnici e tecnologi, con inevitabile indebolimento di un sistema già in affanno. Come noto, l’Italia soffre storicamente di finanziamenti inferiori alla media europea (l’1,3 % del PIL, rispetto ad una media del 3% nel resto dell’Europa), che hanno portato a una costante fuga di cervelli e perdita di competenze.

Perciò, accogliamo con favore il Piano di programmazione triennale della ricerca lanciato in queste settimane dal Ministero dell’Università e Ricerca, che, se realizzato con le tempistiche indicate, ha la potenzialità di innestare la retromarcia da un declino pericoloso in grado di mettere a rischio la tenuta democratica e sociale del Paese.
Per comprendere come, da semplice problema di risorse, il sotto-finanziamento della ricerca pubblica possa diventare una minaccia per la democrazia, è necessario considerare lo squilibrio fra
finanziamenti pubblici e privati che si è creato negli ultimi decenni a livello internazionale.
Ovviamente chi scrive è forte sostenitore delle partnership pubblico-private, ed è convinto che questo sia uno strumento essenziale per trasformare le scoperte della ricerca pura in benefici concreti per la società. Proprio i risultati dei progetti PNRR mostrano che tale forma di collaborazione, basata su una reale condivisione di rischi e obiettivi, consente di ottenere risultati
rilevanti grazie all’integrazione di competenze diverse. Ma, a livello globale, la ricerca ha visto i finanziamenti privati in ricerca e sviluppo arrivare a superare, e di molto, quelli pubblici.

Si è poi assistito a una progressiva concentrazione della capacità di produrre conoscenza e innovazione nelle mani di pochissimi attori con incredibili possibilità di investimento in progetti con
ritorni a lungo termine, il campo di azione che per definizione è sempre stato proprio della ricerca accademica, pubblica e non finalizzata. Stiamo parlando dei Big Tech, ovviamente, che già da un po' hanno cominciato ad investire massicciamente in ricerche di potenziale impatto in settori cruciali per la società di domani: neuroscienze, genetica, robotica, tecnologie quantistiche, spazio,
crittografia, salute, interfaccia cervello-macchina, per non parlare, ça va sans dire, di intelligenza artificiale. La sola Amazon ha investito, nel 2022, 73 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo, come
dire 7 volte il finanziamento del sistema universitario pubblico italiano
. 

Nel perseguire questi obiettivi, le Big Tech stanno reclutando i ricercatori migliori offrendo condizioni di lavoro ineguagliabili, hanno acquisito centinaia di start-up e società ad alto contenuto tecnologico, e creato propri centri di ricerca in cui si plasma il futuro di domani. Il tutto senza che nulla trapeli di quanto "bolle in pentola". Una strategia il cui obiettivo finale non è più il semplice monopolio di un prodotto o di una tecnologia, ma qualcosa di molto più ambizioso: il monopolio della conoscenza e il controllo di tecnologie con cui governare il futuro.
Assistiamo così a un forte contrasto. Mentre la ricerca pubblica è concepita per essere aperta, trasparente e orientata alla condivisione (Open Science), in larga misura la ricerca privata è chiusa,
restia a divulgare i propri risultati e giustamente gelosa della proprietà intellettuale. Tutto questo ha funzionato bene sino a che chi produce innovazione erano aziende in competizione tra di loro,
disposte ad accettare le regole del gioco dettate dalla società civile (e quindi dalla politica). Un equilibrio che si è rotto quando poche aziende con valori di borsa pari al PIL di grandi Paesi avanzati
si sono trovate ad agire in un regime di sostanziale monopolio
, in modo opaco, con scarsa o nessunapro pensione a rispettare regole etiche e comportamentali. L’esatto opposto della ricerca pubblica, libera ma comunque soggetta a un controllo sociale (attraverso i finanziamenti mirati, l’osservanza di codici etici, ecc.). Non solo. La ricerca pubblica garantisce che i risultati siano verificabili e disponibili, ne favorisce la divulgazione, tutti elementi chiave per promuovere fiducia nelle istituzioni democratiche. Solo decisioni politiche prese sulla base di evidenze oggettive (e non di credenze o opinioni personali) rispondono ai bisogni dei cittadini. Ecco perché, senza una forte ricerca pubblica, le istituzioni democratiche diventano vulnerabili a fake news e posizioni antiscientifiche, minando il dibattito informato. In breve, minando la democrazia.

In questo contesto, il definanziamento cronico costringe gli enti pubblici a dipendere sempre più da fonti esterne (private o lobbistiche), riducendo la libertà di indagine: così non è più garantita l'indipendenza del sapere e si indebolisce il pensiero critico, pilastro fondamentale per la partecipazione democratica e per decisioni politiche basate su evidenze scientifiche (e non su
interessi privati). La ricerca pubblica, non guidata dal profitto immediato, può sostenere studi fondamentali a lungo termine a beneficio di tutti. È l’unica che possa mirare ad una reale
applicazione del concetto di sostenibilità: solo l’uso democratico della ricerca scientifica può affrontare i problemi globali e garantire un uso responsabile delle risorse e un futuro migliore a chi
verrà dopo di noi.
Per l’Italia e per l’Europa, il rischio è quello di perdere sovranità tecnologica, ad iniziare da quella digitale, diventando semplici utilizzatori di beni sviluppati da altri e pertanto fortemente dipendenti non tanto da altri Paesi, che possono essere governati da regimi più o meno democratici, ma da poche potentissime entità private che rispondono a oligarchi non eletti.
A questo si aggiunge anche un fastidioso paradosso: con la politica della scienza aperta, dati pregiati, scientificamente verificati e potenzialmente utili, alle Big Tech vengono semplicemente "regalati"
per addestrare costosi sistemi di intelligenza artificiale che poi le università ricomprano a caro prezzo per metterli a disposizione dei propri studenti. È quindi necessario che Italia ed Europa
inizino a proteggere i propri dati per prevenirne un uso malevolo che può addirittura interferire con il disegno di nuove policy economiche, politiche e sanitarie. Non a caso, nella stessa definizione di Open Science è sottinteso il concetto di "as open as possible, as closed as necessary": dati il più possibile aperti, ma "chiusi" e protetti fin quando è necessario; ad esempio, non divulgando le innovazioni ottenute con i fondi pubblici fino a quando non sono coperte da protezioni brevettuali.

Libertà di ricerca, e più in generale libertà accademica e di espressione, sono sancite dall’Art 33 della nostra Costituzione: "L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento". È
interessante notare come i Padri (e le Madri) Costituenti abbiano voluto con questo dettato attribuire a scienziati, artisti e accademici uno stato giuridico per molti versi simile a quello dei magistrati, e garantire loro indipendenza da governi, censure, influenze politiche e ideologiche e qualunque forma di potere esterno, assicurando libertà di indagine e di divulgazione pubblica dei risultati. Oggi questa libertà è a rischio, alla luce delle profonde trasformazioni avvenute nel panorama della ricerca privata che, nata come strumento di crescita economica, oggi sta favorendo il sorgere di superpoteri tecnologici. In questo scenario, finanziare adeguatamente la ricerca pubblica non è più solo un modo per reggere la competizione, bensì un’azione indispensabile a difesa della democrazia.
* Università degli Studi di Milano
** Università degli Studi di Milano-Bicocca

27 febbraio 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Editoriali e commenti di oggi di Maria Pia Abbracchio * E Gianfranco Pacchioni **

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