Quest'anno il Napoli è una scuola di vita
La squadra è un esempio. Chiede di fare quello che, nella vita, facciamo sempre meno: accettare la fragilità
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Quest'anno il Napoli è una scuola di vita
di Fortunato CerlinoLa squadra è un esempio. Chiede di fare quello che, nella vita, facciamo sempre meno: accettare la fragilità
Non me ne si voglia, ma a me il Napoli di quest’anno piace quasi più di quello dello scorso anno, quello del quarto scudetto, per intenderci.
E non è una provocazione. È una sensazione che cresce partita dopo partita, anche quando il risultato non è quello sperato. Anzi, soprattutto allora.
Il Napoli dello scorso anno era un’orchestra perfetta. Ogni nota al posto giusto, ogni giocata un acuto. Un Napoli che ci ha fatto sognare e che resterà per sempre nella storia, non solo della città ma del calcio italiano.
Il Napoli di quest’anno, invece, è n’ata cosa. È un laboratorio. È una scuola di vita e una fabbrica di resilienza.
Le difficoltà che la squadra ha dovuto affrontare sono sotto gli occhi di tutti. L’infermeria è stata quasi sempre affollata. E non parliamo di infortuni lievi, di stop di una settimana, ma di assenze lunghe, pesanti, di giocatori fondamentali fermi per mesi.
’O primmo è stato Romelu Lukaku, fermatosi già ad agosto, quando la stagione non era ancora iniziata. Poi, a fine ottobre, è toccato a Kevin De Bruyne. Lesione al bicipite femorale, una delle assenze più dure da digerire per un centrocampo che doveva fare la differenza. E poi ancora, Billy Gilmour, Frank Zambo Anguissa, Alex Meret, David Neres, Matteo Politano, Vanja Milinkovic Savic, Stanislav Lobotka, Giovanni Di Lorenzo. E la lista, purtroppo, non finisce qui.
Insomma, una vera catastrofe. Oltre trenta infortuni stagionali, per lo più muscolari, con decine di partite saltate dai protagonisti.
Queste perdite non hanno condizionato soltanto gli schemi di gioco, costringendo Conte a cambiare moduli e uomini in continuazione. Hanno minato soprattutto le sicurezze in campo e l’assetto mentale della squadra. Pecché quando perdi un giocatore chiave non perdi solo un ruolo nello schema, perdi una voce nello spogliatoio, un riferimento, una sicurezza. Cambiano le distanze, cambiano gli automatismi, cambia perfino il modo di guardarsi negli occhi dopo un errore. La squadra deve reimparare a parlarsi, a fidarsi, a coprirsi.
Ed è proprio lì che abbiamo assistito a qualcosa di davvero significativo. Quando alcuni dei giovani sono stati costretti a crescere prima del tempo. A prendersi responsabilità. A rispondere presente quando sono stati buttati nella mischia. Non perché fossero pronti, ma perché era necessario.
E allora sono scesi in campo. Talvolta hanno sbagliato, altre hanno tremato. A volte sono apparsi spaesati. In qualche caso, invece, sono diventati campioni in una sola notte.
Questo Napoli ha trasformato le difficoltà in opportunità. Invece di piangersi addosso, ha sempre provato a reagire, ad adattarsi alle circostanze, a stringere i denti. Ha inventato soluzioni, spesso provvisorie, scendendo in campo sapendo di non essere al meglio, cercando nuovi equilibri. È rimasto squadra, nonostante tutto.
Ed è per questo che ‘sta squadra invita tutti a guardare il calcio per ciò che dovrebbe sempre essere (come, del resto, dovrebbe essere lo sport in generale): un esempio. Una metafora della vita. Dove il percorso conta più della medaglia. Dove vincere o perdere fa parte del gioco, soprattutto quando si è dato tutto ciò che si aveva. Questo Napoli ci insegna che chi dà tutto ne esce sempre più ricco dal campo, a prescindere dal risultato.
In un mondo sempre più ossessionato dalla vittoria, dall’incubo della supremazia, vedere una squadra che attraversa la difficoltà senza fingere che non esista diventa importante. Soprattutto per i tifosi. Nessuna presunta invincibilità, solo l’orgoglio della fatica.
Questo Napoli chiede ai suoi sostenitori di restare a guardare anche quando il gioco è sporco, quando la manovra è spezzata, quando la partita si mette male. Chiede di guardarlo per capire come si sta in campo quando le cose non vanno come si era previsto. Per imparare come si reagisce, come si resiste, come si attraversa un momento difficile senza perdere il coraggio.
Chiede di fare quello che, nella vita, facciamo sempre meno: accettare la fragilità.
E non è poco.
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