Teheran e i dilemmi americani
Corriere della Sera - Cultura

Teheran e i dilemmi americani

Giovedì 26 febbraio 2026
3 visualizzazioni

L'azzardo iraniano di Trump. Tra minacce, negoziato e timori elettorali: Teheran mette alla prova la leadership del presidente americano

La scaletta della terza serata di Sanremo: i 15 cantanti in gara stasera, orari, conduttori e ospiti. Gazzoli presenta la finale dei giovani

Teheran e i dilemmi americani

Massimo Gaggi | 26 febbraio 2026

L'azzardo iraniano di Trump. Tra minacce, negoziato e timori elettorali: Teheran mette alla prova la leadership del presidente americano

I tuoi preferiti

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccedi

Hai salvato un nuovo articolo

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

Dalla «massima pressione passiva» del tentativo di strangolamento economico con sanzioni ed embargo, all’attacco alla leadership militare e rivoluzionaria con l’uccisione del generale Souleimani già nel primo mandato di Donald Trump. E ora, nel suo secondo mandato, sull’Iran il presidente ondeggia di nuovo tra tentativi di arrivare a un compromesso per lui accettabile col regime e la minaccia di un intervento militare «a intensità variabile». Trump aveva addirittura immaginato una sorta di «scenario venezuelano», pur consapevole che l’Iran è molto più forte del Paese sudamericano e gode di sostegni cinesi e russi assai solidi: la Guida Suprema Ali Khamenei che, davanti a minacce di distruzione totale, accetta l’esilio anziché essere estromesso con la forza e una nuova dirigenza sciita che avvia alcune riforme, per senza arrivare a un cambio di regime.
Ma la logica di una teocrazia che combatte una guerra ideologica da portare avanti a qualunque costo non è quella delle diplomazie occidentali. Ali Khamenei è deciso a resistere fino all’ultimo e il nuovo round negoziale non ha dato risultati anche se i mediatori dell’Oman parlano di qualche spiraglio dovuto a «spunti creativi»: Teheran tiene duro sui missili balistici mentre è più flessibile sul nucleare, ma senza concedere la rinuncia totale all’arricchimento dell’uranio.

Consapevole della logica di Trump da dealmaker, l’Iran offre l’apertura al petrolio e alle sue terre rare, invita le imprese americane a investire sul suo territorio per ricreare gradualmente un clima di fiducia. Strada impraticabile perfino per Trump che dovrebbe togliere le sanzioni: al momento impensabile.
Così un presidente che ha ammassato nella regione la più vasta armata aeronavale dai tempi dell’attacco all’Iraq di 23 anni fa, continua a sfogliare la margherita: da un lato vorrebbe passare alla storia come il presidente che ha fatto cadere il regime degli ayatollah, cosa che i suoi predecessori non sono riusciti a fare. Dall’altro ha i generali che lo avvertono: stavolta ci sarebbero molte vittime tra i militari delle basi americane contro le quali l’Iran lancerebbe centinaia di missili e gli Usa dovrebbero seriamente depauperare il loro arsenale. Le scorte di missili scenderebbero sotto i limiti di guardia. A otto mesi da elezioni di mid term tutte in salita per i repubblicani, i suoi consiglieri politici sottolineano l’ovvio: l’opinione pubblica non reagirebbe bene a una nuova guerra. Soprattutto i Maga, già disillusi sul caso Epstein: hanno creduto alla sua promessa di tenersi alla larga dai conflitti mentre ora lo vedono sempre più simile al George Bush, sempre sbeffeggiato da Trump proprio per le disastrose guerre nelle quali ha spinto l’America.

Dagli accordi di Abramo del 2020 in poi, Trump ha sempre pensato che l’eredità più importante di politica estera che avrebbe lasciato sarebbe stata quella del Medio Oriente. Ma proprio i sauditi e gli altri governi sunniti, perno di quegli accordi, non vogliono sprofondare in una guerra regionale: temono che un Iran disperato non avrebbe più remore a colpire tutti i suoi vicini.
Il Trump del discorso sullo Stato dell’Unione ha intimato all’Iran di rinunciare allo sviluppo di nuovi missili balistici capaci di colpire l’Europa e ha adombrato una minaccia anche per gli Stati Uniti, oltre a chiedere lo stop definitivo del nucleare potenzialmente militare. L’Iran non è disposto ad andare oltre una moratoria di tre anni sul nucleare e tiene duro sullo sviluppo dell’arsenale missilistico, del resto alimentato dai cinesi che hanno tutto l’interesse a tenere occupato il dispositivo bellico Usa. Forse potrebbero concedere la sospensione dei collaudi di nuovi ordigni.

Così non si fanno passi avanti. Come nel caso della Russia per l’Ucraina, sono possibili gesti apparentemente concilianti, ma l’interesse resta quello di logorare Washington e tutto l’Occidente.
Difficile prevedere come reagirà Trump, un leader ondivago che ha alimentato le speranze dei giovani iraniani mandati al massacro, ha promesso vendetta denunciando la strage di 30 mila civili, mentre ora la questione è scomparsa dalla sua agenda. Un presidente che a giugno ha insultato e minacciato di gravi conseguenze chi aveva sostenuto che i bombardamenti sui siti nucleari avevano ottenuto solo risultati parziali. Mentre oggi, dimenticando le sue stesse parole, «gli impianti nucleari iraniani sono stati completamente e totalmente obliterati» torna a incalzare Teheran accusata di aver ripreso ad arricchire uranio, come ha tranquillamente denunciato il suo negoziatore di fiducia, Steve Witkoff.

E l’Europa? Fin qui è stata spettatrice. Sull’Iran ha sicuramente meno voce in capitolo rispetto a Ucraina e anche Gaza: fronti sui quali ha un ruolo, anche se Trump l’ha spinta spesso ai margini. Quella dell’Iran e della ridefinizione degli equilibri nel Golfo e in tutto il Medio Oriente, però, è una partita geostrategica ed energetica troppo importante soprattutto per l’Europa per accettare di essere ridotti al ruolo di semplici spettatori. I margini per condizionare Trump, per inserirsi nel complesso rapporto tra lui e Netanyahu sono limitati. E, come ha detto la governatrice ed ex portavoce del presidente, Sarah Huckabee Sanders, parlando della decisione della Corte Suprema sui dazi, «il modo migliore per spingere Trump a fare qualcosa è dirgli che non può farlo». Ma restare semplicemente a guardare potrebbe essere ancor più pericoloso.

26 febbraio 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Editoriali e commenti di oggi di Massimo Gaggi

Teheran e i dilemmi americani

Giovedì 26 febbraio 2026 di Valentina Garavaglia *

Il santo che ancora ci sfida

Giovedì 26 febbraio 2026 di Maria Frigerio

Fiducia nei trapianti, ma occorre chiarezza sul cuore di Domenico

Giovedì 26 febbraio 2026 di Massimo Gaggi

L’America è ricca, gli americani meno

Giovedì 26 febbraio 2026 di Antonio Polito

Il senso politico del referendum

Giovedì 26 febbraio 2026 di Danilo Taino

Questione tedesca di nuovo tra noi?

Mercoledì 25 febbraio 2026 LEGGI TUTTI

Le Newsletter del Corriere, ogni giorno un nuovo appuntamento con l'informazione

Riceverai direttamente via mail la selezione delle notizie più importanti scelte dalle nostre redazioni.

Iscriviti

Condividi questo articolo