Trentini desaparecidos, storie degli scomparsi in Argentina sotto la dittatura di Videla: il film del Museo storico
Il giornalista Paolo Tessadri e la Fondazione Museo storico del Trentino hanno realizzato «Desaparecidos, Scomparsi». Tra le voci narranti, Ana Miravalles, direttrice del Museo e archivio storico di Bahia Blanca e cugina di Maria Angelica, uccisa dalla dittatura
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Trentini desaparecidos, storie degli scomparsi in Argentina sotto la dittatura di Videla: il film del Museo storico
di Martina Dei CasIl giornalista Paolo Tessadri e la Fondazione Museo storico del Trentino hanno realizzato «Desaparecidos, Scomparsi». Tra le voci narranti, Ana Miravalles, direttrice del Museo e archivio storico di Bahia Blanca e cugina di Maria Angelica, uccisa dalla dittatura
A cinquant’anni dal golpe militare del 24 marzo 1976 in Argentina, il giornalista-documentarista trentino Paolo Tessadri e la Fondazione Museo storico del Trentino hanno realizzato Desaparecidos, Scomparsi. Un documentario, racconto corale, tributo alla memoria degli argentini di discendenza trentina sequestrati, torturati, uccisi e fatti sparire durante la dittatura del generale Videla. Molti i nomi e le storie, come quella di Uguito, studente di architettura, che il giorno del sequestro gridò il suo nome per strada nella speranza che qualcuno lo sentisse e avvisasse la famiglia. Oppure Lia, senza una tomba su cui piangere il figlio, Maria Angelica, il cui corpo straziato venne riconosciuto solo grazie a un anello. Tra le voci narranti, una cugina di maria Angelica, Ana Miravalles, direttrice del Museo e archivio storico di Bahia Blanca, esperta di emigrazione trentina in Argentina. Dal mese prossimo, il documentario verrà proiettato nei comuni trentini di provenienza delle famiglie protagoniste.
Ana Miravalles cos’ha significato partecipare a questo progetto?
«Ha significato fare luce su un lato nascosto dell’emigrazione trentina nella zona di Bahia Blanca, dove vivo e dove, da tanti anni, sono segretaria del Circolo trentino. Spesso, la narrazione dell’emigrazione è individuale, come se ogni famiglia fosse l’unica ad aver conservato la giusta ricetta per fare i crauti o la polenta o a tramandare di generazione in generazione i valori della terra natia, per esempio la dedizione al lavoro. Il documentario porta a galla una seconda dimensione, collettiva. Un filo rosso unisce i protagonisti, mostra che tante e tanti giovani trentini rifiutarono di adeguarsi alla dittatura e pagarono con la vita il loro impegno e idealismo. Questo deve essere motivo di orgoglio per la comunità oriunda».
Chi era sua cugina Maria Angelica Ferrari?
«Era una studentessa di biochimica. La sequestrarono da casa mentre stava facendo ripetizioni, davanti alla mamma e a una sua alunna. Fu trasferita al centro di tortura La Escuelita di Bahia Blanca, poi torturata e assassinata a La Plata, a seicento chilometri di distanza. Il corpo fu lasciato per strada, con quello di un’altra ragazza, venne fatta circolare la falsa voce che erano state uccise per avere tentato uno scontro con le forze statali. Il caso è sempre stato noto. Ma solo in anni recenti, ho scoperto che Maria Angelica è una mia lontana cugina».
Come ha scoperto che Maria Angelica è sua cugina?
«Mio nonno materno, Camillo Ferrari di Comano Terme, si stabilì a Bahia Blanca nel 1924. La nonna Emma Battaglia lo raggiunse nel 1927. Già da piccola mi sono interessata alle vicende delle famiglie trentine emigrate. Tanto che poi mi sono laureata in storia e questo è diventato il mio lavoro. Sapevo che il nonno aveva due fratelli. Studiando carte e archivi, mi sono resa conto che una trentina d’anni prima di lui, erano arrivati in Argentina alcuni suoi cugini, i bisnonni di Maria Angelica. Scoprii che la mamma, Maria Birlis, aveva donato una bambola di maria Angelica alla sezione sull’immigrazione del Museo del Porto di Ingeniero White e ho deciso di scrivere un post sul blog dei trentini di Bahia Blanca per saperne di più».
Chi ha risposto al post che aveva scritto sul blog dei trentini di Bahia Blanca?
«I fratelli di Maria Angelica, da un’altra città. E Monica Ferrari, una prima cugina, più piccola di lei, che da bambina l’aveva presa a modello. Entrare in contatto con loro è stato emozionante».
Maria Angelica ha avuto giustizia?
«Il suo caso è stato postulato con forza da sua mamma, dal fratello Carlos e dalla cognata Alicia. Le donne, in questa battaglia, hanno fatto tantissimo».
Intende le donne del movimento di Plaza de Mayo?
«Sì. Mamme e nonne da tutta l’Argentina, che già durante la dittatura si mettevano un fazzoletto bianco sulla testa e reclamavano a gran voce i loro figli e nipoti scomparsi. Denunciavano i sequestri, le torture, gli assassinii. A democrazia restaurata hanno istituito una banca dati del dna per ritrovare i nipoti che la dittatura aveva sottratto alle partorienti imprigionate e assegnato a famiglie compiacenti. Ancora oggi, finiti i processi ai grandi generali, lavorano con rigore per assicurare alla giustizia il personale militare minore e i complici civili. Durante la repressione, migliaia di voci sono state zittite con una selvaggia brutalità. Solo grazie allo sforzo enorme dei sopravvissuti e dei familiari si è potuta avviare una causa comunitaria per recuperare la memoria».
In cosa consiste la causa collettiva avviata?
«È un processo che avanza oltre il semplice ricordo. Fare memoria significa impegnarsi, come attraverso questo documentario, in favore della verità e della giustizia, affinché il motto nunca más, mai più si riempia di consapevolezza per impedire alla storia di ripetere gli orrori».
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26 febbraio 2026 ( modifica il 26 febbraio 2026 | 19:19)
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