A piedi sui monti della Calvana, tra i fantasmi della cupola allungata dalla potenza del vento
Corriere della Sera - Cultura

A piedi sui monti della Calvana, tra i fantasmi della cupola allungata dalla potenza del vento

Giovedì 26 febbraio 2026
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Viaggio in Toscana - L’eco di un mondo antico lungo i crinali arrotondati che sovrastano Prato. Gli oceani si sollevano, le Madonne volano con le lucciole: nel silenzio una visione dopo l’altra

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A piedi sui monti della Calvana, tra i fantasmi della cupola allungata dalla potenza del vento

di Enzo Fileno Carabba

Viaggio in Toscana - L’eco di un mondo antico lungo i crinali arrotondati che sovrastano Prato. Gli oceani si sollevano, le Madonne volano con le lucciole: nel silenzio una visione dopo l’altra

Mi ero sempre tenuto lontano dalla Calvana, forse perché è così vicina. Stiamo parlando della montagna che sovrasta Prato: un sinuoso massiccio dai crinali arrotondati, tanto che potrebbe sembrare una cupola allungata dall’espressionismo del vento, a non essere pignoli con la geometria. 

Avevo sempre sentito storie di cani minacciosi: maremmani abruzzesi che sorvegliavano le greggi dei pastori sardi e potevano diventare aggressivi. Eppure la vedevo sempre, da quasi ovunque, e mi sembrava che lei guardasse me. Proprio come la cupola del Brunelleschi, che ruota per non perderti d’occhio. Se poi uno prende l’autostrada verso Bologna, allora la rasenta, la Calvana, e mentre guida tra i camion si trova a un passo da un mondo diverso. 

Non lo definiremo selvaggio perché questa parola viene spesso usata a sproposito, ma certo un posto senza asfalto e caselli. Anzi, sostanzialmente anche senza case, così a colpo d’occhio. (Ci sono, ora lo so, i ruderi di vite che non sono la nostra). Questa sua vicinanza, che un tempo mi parve un difetto, lentamente è diventata una virtù. Il fascino di un mondo accanto all’altro.

Ecco che dopo cinquantanove anni di sguardi reciproci finalmente mi sono avvicinato, insieme a mia figlia e al suo compagno. È un territorio più vasto e vario di quanto appare di lontano. Prima gli ulivi, poi i boschi, infine le praterie sommitali costellate di rocce bianche che trasmettono quella sensazione di un luogo brullo e calvo da cui deriva il nome Calvana. D’altra parte, mio nonno sosteneva che la crescita della bellezza si misura con la perdita del pelo (era calvo). 

In alto sembra anche senz’acqua. In realtà l’acqua c’è, ma scorre e balza sotto, dentro la montagna: ha scavato tutte quelle grotte di cui a volte vedi l’ingresso e in alcune puoi anche affacciarti, giusto per sentire l’eco di un mondo antico. 

Un mondo dentro l’altro.

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La Calvana è, infatti, una porzione del fondale di un oceano di milioni di anni fa. Era un ammasso di sedimenti e conchiglie e se ne stava senza problemi sott’acqua tra la Corsica e la Francia ma poi ha intrapreso un viaggio che l’ha compressa e sollevata e, grazie a un potente scivolamento, l’ha portata dove risiede per il momento. Inizialmente era un altipiano, poi forze potenti e lente (tra cui il fiume Bisenzio e il torrente Marina) l’hanno modellata fino a farle raggiungere l’aspetto con cui la conosciamo. Se ti affacci nelle grotte lo intuisci: chiunque sia stato un fondale marino compresso e poi un altipiano se lo ricorda e lo trasmette ai visitatori sensibili. 

Naturalmente ci vuole buon senso nell’affacciarsi, ci sono grotte verticali che precipitano subito, e non conviene neanche avvicinarsi. Altre orizzontali in cui puoi appunto fare capolino con la massima delicatezza. L’intera Calvana, essendo composta di sedimenti marini, può essere vista come una grande conchiglia: e a volte dentro ne ha anche l’aspetto.

Io queste grotte le ho visitate grazie a un documentario dell’ Unione speleologica pratese, e in tal modo la visita si è rivelata sicura. Ma contattando il gruppo speleologico puoi visitarle davvero. Un mondo immenso e in parte sconosciuto. Che forse attende di essere illuminato o forse invece preferisce restare nelle tenebre. 

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Ma torniamo in superficie, che — qui ma anche in generale nella vita — non ha meno fascino della profondità. Salendo non troviamo i cani feroci. A volte ci sembra di sentirne i rumori. Fantasmi vivi. E i massi bianchi, da lontano, ingannano la mente. Ho io due cani con me, i miei due cani, bianchi, che assomigliano a maremmani abruzzesi. Non incontriamo neanche i cavalli «selvaggi» (credo siano cavalli rinselvatichiti). So però che quassù vivono cavalli liberi, cosa che accade ormai in non molte parti del mondo. Se chiudi gli occhi li vedi aggirarsi tranquilli per poi scattare all’improvviso, a brevissima distanza l’uno dall’altro, veloci come il vento sull’erba. Sono così veloci che quando riapri gli occhi non ci sono più.

D’altra parte, abbiamo appena percepito l’oceano preistorico: quando uno comincia a percepire non smette più. Andando in giro abbiamo incontrato altri camminatori. Alcuni avevano paura dei nostri cani, pensando che fossero i famosi maremmani abruzzesi della Calvana. Alla fine, i fantasmi della Calvana eravamo noi.

Curzio Malaparte verso la fine del libro La pelle racconta di quando, durante Seconda Guerra Mondiale, si trovava alle pendici della Calvana, proprio sotto dove camminiamo noi adesso. Era notte. Bagliori tra gli alberi. Rivolgendosi al suo amico Jack, un militare americano, gli dice: «Quei bagliori sono gli occhi delle Madonne e degli Angeli di Filippino Lippi» (il pittore). Jack risponde che così gli fa paura, che quei bagliori sono lucciole. «Ma no — insiste Curzio Malaparte — guarda meglio. Quel tenue bagliore laggiù alla fontana è il bagliore dei veli della Salomè di Filippino Lippi». 

Quando giunge l’alba Jack è entrato nel gioco (che poi non è un gioco) e chiede a Curzio Malaparte: «Quel ragazzo che corre lungo il fiume, sei tu?» «Sì, e quel cane bianco è il mio povero Belledo. E’ morto quando avevo quindici anni. Ma sa che sono tornato, e mi cerca».

La Calvana è un luogo di visioni, se te lo meriti. Oceani che si sollevano e viaggiano, Madonne che volano con le lucciole, cani e cavalli che ci sono e non ci sono. 

D’altra parte anche i miracoli del Beato Pietro, che si aggirava da queste parti nel XIII secolo, non sono miracoli normali. Ammesso che un miracolo posso dirsi normale. Si racconta che gli alberi si spalancassero per farlo entrare, in caso di pericolo. E questo è niente. Secondo un’altra storia, mentre il beato cavalcava, un albero saltò in groppa al suo cavallo. Non so perché. Così. Ma anche questo è il bello. Mi piace pensare che sia stato per uno slancio di simpatia, di comunione tra creature diverse, tra mondi diversi. Nonostante l’albero fosse pesante (era un castagno) il cavallo non si è fatto niente. E neanche Pietro. Hanno continuato così, come tre amici nel vento.  

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26 febbraio 2026 ( modifica il 26 febbraio 2026 | 13:36)

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