Paolo Pierobon, avvocato di Enzo Tortora nella serie Portobello: «Fu massacrato dai pentiti, come oggi sui social»
«Abbiamo girato nell’aula bunker di Poggioreale a Napoli, proprio dove nell’83 si celebrò il processo Tortora»
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Paolo Pierobon, avvocato di Enzo Tortora nella serie Portobello: «Fu massacrato dai pentiti, come oggi sui social»
di Sara D'Ascenzo«Abbiamo girato nell’aula bunker di Poggioreale a Napoli, proprio dove nell’83 si celebrò il processo Tortora»
«Vi chiedo di non credere alle sole parole dei pentiti. Alle loro dichiarazioni senza nessuna prova, nessun riscontro. Non fate che la giustizia appaia come una macchina mostruosa che digerisce innocenti e colpevoli dissolvendone irrimediabilmente l’identità». Nella serie televisiva del momento, quel Portobello di Marco Bellocchio - sei episodi da un’ora ciascuno - che segna anche l’esordio in Italia della nuova piattaforma Hbo Max, l’attore Paolo Pierobon, originario di Castelfranco Veneto, interpreta Alberto Dall’Ara, l’avvocato veronese principe del foro che fu elemento decisivo del team difensivo di Enzo Tortora.
Pierobon, l’arringa di Dall’Ara durò 4 memorabili ore. Che cosa ha pensato preparando questo personaggio?
«A un mondo al contrario, un mondo dove io punto il dito e ti accuso e sei tu che devi discolparti. Così diventa veramente molto difficile: tutti sui social possono facilmente puntare il dito e tocca a quelli indicati trovare giustificazioni, alibi. Questa cosa molto semplice basilare l’ho trovata però molto dannosa».
Lei era ragazzo all’epoca del caso Tortora, ha attinto dai suoi ricordi?
«Ricordo bene il clima, c’erano anche tante penne famose che agivano in base alle sensazioni, a “l’avevo detto io”. Esattamente come oggi con gli haters che sui social partono a dare addosso a qualcuno e tutti seguono a valanga: una specie di storia che ritorna, certo oggi amplificata in modo diverso».
Ha lavorato diverse volte con Bellocchio. Com’è andata su questo set così affollato?
«Eh, qui eravamo tanti di più... Abbiamo girato nell’aula bunker di Poggioreale a Napoli, proprio dove nell’83 si celebrò il processo Tortora. Devo dire che stare tante ore con le voci dietro di noi degli attori che interpretavano i pentiti, davanti gli avvocati schierati, i giornalisti, con l’instancabile Bellocchio, rendeva facilissimo entrare dentro la situazione e rimanerci, era tutto estremamente concreto. Senti che cosa deve essere successo a questo uomo, circondato in quell’aula da una massa ostile, e lui che grida sua innocenza fino ad ammalarsi: quella di Tortora è stata una vera e propria tragedia moderna. Stare sempre seduto nello stesso posto aumentava il senso di ossessione, il clima kafkiano tipo Processo».
Che indicazioni vi dava Bellocchio?
«Marco è uno che ti lascia fare, però se qualcosa non è come si aspetta ti viene vicino e con molta gentilezza e rispetto ti dice di spostare un tono, di cambiare l’intenzione con cui pronunci una battuta, è un allenatore che però sussurra».
Anche nel meccanismo della serie Bellocchio introduce i suoi simboli, le sue visioni.
«Il suo stile contrappone il realismo più concreto alla visionarietà che gli viene dall’essere un pittore valentissimo, i suoi quadri sono bellissimi e molto interessanti sono anche certi quaderni di lavoro. Mi piace, in tutte le cose che fa, l’alternanza tra sogno e realtà».
È sul set ora?
«Sì sto girando con Fausto Russo Alesi l’opera seconda di Simone Catania, Brianza, tratto da un fatto di cronaca, racconta di gente che fa prestiti e poi fa danni: un ambito malavitoso ma borghese».
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25 febbraio 2026 ( modifica il 25 febbraio 2026 | 19:21)
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