Luché, sotto la statua di Sant'Alfonso Maria de' Liguori, autore di "Quanno nascette ninno", spunta la bandiera del rapper di Marianella
A volte Napoli sa essere ironica anche con i suoi santi
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Luché, sotto la statua di Sant'Alfonso Maria de' Liguori, autore di "Quanno nascette ninno", spunta la bandiera del rapper di Marianella
di Carmine AymoneA volte Napoli sa essere ironica anche con i suoi santi
A volte Napoli sa essere ironica anche con i suoi santi. E così, sotto la statua di Sant'Alfonso Maria de' Liguori, il “santo cantautore” autore nel 1754 di Quanno nascette ninno — diventata poi in italiano il celebre canto natalizio Tu scendi dalle stelle — è spuntata una bandiera con il volto di Luchè in gara al Festival di Sanremo con il brano Labirinto.
Un cortocircuito visivo che dice molto della città. Da un lato il santo vescovo, teologo e musicista, che nel Settecento scelse il napoletano per parlare al popolo; dall’altro uno dei protagonisti della scena urban contemporanea, cresciuto a Marianella, periferia nord che negli ultimi vent’anni ha espresso una nuova grammatica musicale e identitaria.
La bandiera, appesa proprio ai piedi della statua, non è un atto di irriverenza ma un gesto di appartenenza. Napoli ha sempre mescolato sacro e profano senza troppi complessi: le edicole votive convivono con i murales dei rapper, le processioni con i beat. E se Alfonso de’ Liguori scriveva in lingua viva per farsi capire dagli ultimi, Luchè oggi racconta — con altre sonorità — le stesse strade, le stesse contraddizioni, la stessa ricerca di riscatto.
Ma al di là dell’aneddoto resta il simbolo. Quanno nascette ninno era un canto popolare prima ancora che liturgico, nato per essere cantato nelle case e nei vicoli. Labirinto con il suo immaginario urbano e personale, porta a Sanremo un pezzo di quella Napoli contemporanea che non rinnega le radici ma le trasforma.
In fondo, la scena sotto la statua racconta una linea continua: dalla canzone religiosa settecentesca alla musica urban del Duemila, passando per la grande tradizione partenopea. Cambiano i linguaggi, non il bisogno di raccontarsi.
E così, tra il marmo del santo e il volto stampato del rapper, Napoli fa quello che le riesce meglio: tenere insieme memoria e presente, devozione e orgoglio di quartiere. Con la naturalezza di chi sa che l’identità non è un museo, ma una voce che continua a cantare.
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25 febbraio 2026 ( modifica il 25 febbraio 2026 | 18:38)
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