Con la fotografa Anie Maki l’intimità diventa territorio condiviso: «Prima di uno scatto leggo e studio, tutto è nato dall’ascolto»
L’artista ventisettenne è una dei due protagonisti della mostra «Don’t shoot, come in» che si terrà a Laives fino al 14 marzo
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Con la fotografa Anie Maki l’intimità diventa territorio condiviso: «Prima di uno scatto leggo e studio, tutto è nato dall’ascolto»
di Silvia M. C. SenetteL’artista ventisettenne è una dei due protagonisti della mostra «Don’t shoot, come in» che si terrà a Laives fino al 14 marzo
La fotografa Anie Maki e uno degli scatti in mostra a Laives per l’esposizione
«È difficile trovarsi, senza vedersi attraverso l’altro: l’ossessione di guardare chi ho davanti nasconde la ricerca di me stessa e genera domande a cui non sempre ho risposta». Anie Maki, nome d’arte della 27enne bolzanina Anna Michelotti, parla della fotografia come di una necessità fisiologica. Formatasi tra l’Università di Bologna e lo Spazio Labò, non si limita a scattare: cataloga, archivia, ritaglia collage, coltiva visioni. È una delle due anime della mostra «Don’t shoot, come in!», curata da Samira Mosca, fino al 14 marzo nella sala di via Pietralba a Laives. Assieme a Jacopo Noera, l’artista inaugura il biennio tematico de La Seconda Luna dedicato a «corpo, identità, cultura», trasformando la macchina fotografica in una porta aperta sulla verità dell’altro.
Il titolo della mostra ribalta il gergo bellico della fotografia, dove lo scatto è sparo. L’obiettivo è un’arma o un ponte?
«La parola “shoot” per definire lo scatto contiene un’ambiguità di potere tra chi guarda e chi viene guardato. Il mio metodo è usare la macchina come una porta, un ponte tra il mio mondo interno e quello esterno. Non voglio solo osservare da una finestra; l’obiettivo - e anche qui il gioco di parole è voluto - è accogliere».
In queste immagini voi rivendicate la lentezza. È una forma di resistenza?
«Lavorando anche nel commerciale, siamo spesso schiavi della velocità e della quantità. I tempi lunghi della fotografia analogica - aspettare, sviluppare, scegliere - sono un lusso che ci concediamo per difendere il nostro sguardo. È più una necessità vitale che una scelta: dare alle cose che osservo il tempo che si meritano».
Come si trasforma il punto di vista del singolo in territorio di fiducia condivisa?
«Nasce tutto dall’ascolto. Il mio fotografare è nato come un modo per relazionarmi: fotografo le persone che amo per conoscerle. Come nel progetto Marinella, in mostra, in cui ho fotografato per anni la mia vicina di casa; ritrarla era il mio modo di scoprirla e il suo di mostrarsi. La fotografia diventa territorio comune quando non è solo uno “sparo”, ma un vero e proprio stare insieme, una negoziazione fatta di momenti e sguardi».
Nel mostrare l’intimità, dove finisce la rivelazione e dove inizia la violazione?
«I confini si costruiscono insieme. Non scatto mai se il soggetto non è d’accordo; l’intimità che mi viene concessa è un limite che rispetto. Io guardo solo ciò che mi viene mostrato, pur restando curiosa di tutto. La sfida è tradurre queste piccole storie personali in temi universali».
Crede nella «fotografia nel giardino di casa»?
«Sono una grande fan di questo approccio. Si può trovare una storia universale ovunque, senza andare dall’altra parte del mondo, se si guarda bene. Dedicarsi ai propri contesti è il modo più diretto di ritrovare il filo tra autenticità e protezione».
Oltre alla macchina fotografica, da cosa si lascia contaminare?
«La fotografia occupa uno spazio ingombrante, ma mi nutro di molto altro. Amo gli archivi, i gatti, le piante e i cruciverba. Mi prendo moltissimo tempo per stare sola, leggere e scrivere: un isolamento necessario per generare idee. Prima dello scatto ci sono mappe, schemi e ore passate ad ascoltare l’altra persona».
Quali maestri hanno formato il suo alfabeto visivo?
«Nan Goldin e Diane Arbus hanno conquistato il mio cuore, ma la mia sensibilità è figlia anche di letture profonde: da Salinger a Kafka, da Perec a John Berger. E poi ci sono le “bellissime folli persone” che mi circondano nella vita quotidiana».
Quale tra le immagini in mostra sintetizza il suo presente?
«Quella di una mia amica che mi guarda da dietro un uovo, davanti a un muro azzurro. Girava con un uovo nella borsa, una cellula piccola e perfetta. Se mantieni il focus, esiste una bellezza incredibile e leggera nelle cose comuni. Questo è il senso del mio lavoro: accorgermi della meraviglia che mi cammina accanto».
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25 febbraio 2026
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