Ficcanaso, sostantivo composto per impicciarsi degli affari altrui
Parola popolare dal significato semplice per definizioni complesse, può adattarsi ad una suocera invadente e a un giornalista d’inchiesta
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Ficcanaso, sostantivo composto per impicciarsi degli affari altrui
di Paolo FallaiParola popolare dal significato semplice per definizioni complesse, può adattarsi ad una suocera invadente e a un giornalista d’inchiesta
Illustrazione di Doriano Solinas
Questa è una parola che ci insegna l’umiltà nei confronti del linguaggio. Tanto semplice e chiara nella sua formazione e nel disegno del significato, quanto da trattare con attenzione perché con ficcanaso è facilissimo scivolare nell’insulto, quanto cadere nell’equivoco.
Una origine chiara. La parola "ficcanaso" è un sostantivo composto, di genere maschile e femminile invariabile, nato dall'unione del verbo ficcare (mettere, spingere) e del sostantivo naso. Indica una persona curiosa e indiscreta che, metaforicamente, "ficca il naso" dappertutto, ovvero si intromette negli affari altrui che non la riguardano. I dizionari concordano nel definirla una forma popolare o familiare, entrata nell'uso comune per descrivere chi si comporta in modo molesto per troppa curiosità.
Nel linguaggio comune. È un termine che viene usato spesso e fa parte del linguaggio di base per descrivere l'atteggiamento invadente di chi cerca di scoprire cose riservate, come se mettesse fisicamente il proprio naso nelle faccende altrui. Interessante la serie dei sinonimi comuni che includono "impiccione", “pettegolo”, “indiscreto” o “curioso” se non “intrigante” o “importuno” per descrivere un comportamento indiscreto. Vastissimo il campo di applicazione, si va dalla suocera invadente a un giornalista d’inchiesta che rischia la vita.
Il segreto di queste composizioni. Le parole composte sono formate dalla combinazione di un verbo (che definisce l'azione: taglia, ficca, cava, apri) e un nome (l'oggetto o il complemento dell'azione: legna, bosco, naso, tappi, bottiglie). Definiscono un oggetto o una persona attraverso l'azione che compie o subisce. Spesso, nei nomi composti formati da verbo più nome, la seconda parte (il nome) rimane invariata al plurale (es: il taglialegna -> i taglialegna). Altri esempi includono: lavastoviglie, bagnasciuga, parafango, spazzacamino.
Una opportunità e una condanna. I giornalisti sono stati definiti spesso dei ficcanaso, anzi dei “ficcanaso per professione” per la propensione ad andare a spulciare proprio dove ai soggetti interessati non fa piacere. Può essere una definizione sprezzante, in realtà vengono chiamati così sia i cultori del pettegolezzo, sia i cronisti che si occupano di giornalismo d’inchiesta e rendono un servizio alla società rivelando spesso particolari che farebbe comodo tenere coperti. Confonderli fa comodo solo a chi vuole diffamare i giornalisti scomodi (il gioco di parole è voluto).
L’esempio anglosassone. Per evitare confusione nei paesi anglosassoni si utilizza l’espressione “watchdog journalism”, letteralmente “giornalismo cane da guardia”. “La locuzione - scrive il vocabolario Traccani -, ricavata dalle dichiarazioni di principio sulla libertà di stampa, è stata per esempio ripresa da organi dell'Unione Europea, come la Corte di giustizia che ha fatto riferimento al «cane da guardia pubblico» a tutela della democrazia e del pluralismo delle opinioni. Questo ruolo del giornalismo può essere molto rilevante in paesi le cui leggi non tutelano il pluralismo e la libertà di stampa e in questi casi il pericolo per i giornalisti è maggiore”. “In Italia - prosegue la voce della Treccani -il giornalismo d’inchiesta e di denuncia (che non necessariamente corrisponde al watchdog journalism, considerando l'accezione di impegno politico che talora viene data a queste definizioni), o dedicato a un ruolo imparziale di difesa della legalità, è un genere che, al di là delle dichiarazioni sugli obblighi imposti dalla deontologia professionale, non è sentito dalla maggioranza della pubblica opinione come particolarmente sviluppato”.
L’ironia letteraria. “Il turno” non è uno dei romanzi più conosciuti di Luigi Pirandello ed è un peccato. Scritto nel 1895 ma pubblicato solo nel 1902, riflette un’eco del verismo nel descrivere una Sicilia patriarcale dove una giovane donna, Stellina, è costretta dal padre a sposare un vecchio molto ricco, Don Diego, puntando all’eredità per poi consentirle di sposare il suo giovane innamorato, Pepe, che non ha risorse. Il caso, vero protagonista, si incarica di scombinare tutti i piani: Don Diego vive a lungo e Stellina è costretta a chiudere l’annullamento del matrimonio per sposare un anziano avvocato, rimandando ancora il “turno” di Pepe. Solo quando rimane vedova riuscirà a sposare il suo innamorato che è sempre spiantato, ma non è più giovane e nemmeno troppo innamorato. In una scena del capitolo XVIII, il padre di Stellina se la prende con Pepè accusandolo di non aiutarlo a convincerla ad avere pazienza: “E voi venite a rompermi le uova nel paniere, conducendomi in casa quel ficcanaso accattabrighe…”
E il ribaltamento dei ruoli. Ficcanaso anche in letteratura è spesso usato come insulto, anche da chi non potrebbe permettersi di insultare nessuno. “C’era di mezzo quel benedetto frate che era un brigante, un ficcanaso, uno che si dilettava d’impacciarsi nei fatti altrui, e che avrebbe potuto trovare appoggi, far comparire le cose”. Siamo nel VI capitolo dei Promessi sposi e Alessandro Manzoni fa parlare così Don Rodrigo. Si sta sfogando con il conte Attilio perché l’intervento di Fra Cristoforo, lo definisce quel “benedetto frate” in tono sarcastico, rischia di ostacolare i suoi progetti contro il matrimonio di Renzo e Lucia.
25 febbraio 2026
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