«Siamo topi in gabbia ma molto più docili». Valeria Solarino e Silvia Gallerano nel «supermercato» di Annie Ernaux
Al Teatro Gobetti di Torino e al Civico di Vercelli la piéce tratta dal libro della scrittrice francese Premio Nobel «Guarda le luci, amore mio»
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«Siamo topi in gabbia ma molto più docili». Valeria Solarino e Silvia Gallerano nel «supermercato» di Annie Ernaux
di Francesca AngeleriAl Teatro Gobetti di Torino e al Civico di Vercelli la piéce tratta dal libro della scrittrice francese Premio Nobel «Guarda le luci, amore mio»
Nel 2012 l’editore francese Seuil chiese a Annie Ernaux di scrivere un libro per «raccontare la vita». Non esitò l’autrice Premio Nobel per la Letteratura 2022, e scelse, come campione esistenziale e narrativo, l’ipermercato Auchan dove lei si recava. Decise di osservarlo per un anno, annotando pensieri e dettagli in una sorta di diario del consumo.
Guarda le luci, amore mio è una «libera rassegna di osservazioni», nata tra corsie e carrelli della spesa. È diventata una pièce teatrale diretta da Michela Cescon e interpretata da Valeria Solarino e Silvia Gallerano. Comincia il 26 febbraio, dal Teatro Civico di Vercelli, un mini tour regionale con Piemonte dal Vivo (venerdì a Cuneo al Toselli, domenica a Ovada e il 10 marzo a Oleggio), mentre da lunedì 2 marzo a domenica sarà al Teatro Gobetti per la stagione del Teatro Stabile.
Qual è il vostro rapporto con Ernaux?
Valeria Solarino: «La conoscevo ma non avevo letto i suoi libri. In questo anno di avvicinamento ho ripreso questo e anche altri. Ha una scrittura potente, stretta, senza fronzoli, emozionante nella sua asciuttezza. Questo testo è sorprendente perché, attraverso un diario di visite all’ipermercato, ci racconta in realtà tutto quello che vede, che sente, che prova l’umanità. Non è una posizione intellettuale».
Silvia Gallerano: «Io ne avevo letti altri. Questo romanzo è stata una scoperta, è un testo diverso dagli altri, è un diario che tratta temi legati alla quotidianità, molto semplice, molto diretto. Parla a tutti».
Il supermercato, come l’aeroporto, come molti altri, viene considerato un non luogo. Per Ernaux cos’è?
V.S.: «Per lei invece è un luogo, e lo chiarisce subito. Qui si incontrano persone che altrimenti non si incrocerebbero mai, che fanno parte di classi sociali diverse, che hanno età diverse. C’è chi fa la spesa senza preoccuparsi del prezzo e chi conta i centesimi. È un luogo ricco e di ricordi, a lei tornano in mente frammenti del suo passato».
S.G.: «È un ipermercato quindi c’è di tutto: cibo ma anche giocattoli, vestiti. È la nuova dimensione della piazza del luogo in cui lei vive. Ernaux racconta la fascinazione di questo posto sgargiante, luminoso, saturo d’abbondanza. Nonostante si sappia che dietro quelle magliette c’è lo sfruttamento di un’altra parte di mondo, ci attirano. È come una sogno di ricchezza, un’illusione di libertà. E su questa libertà lei fa un ragionamento molto duro».
Quale?
S.G.: «C’è una frase, verso la fine: “Perché non ci ribelliamo?”. Siamo come topi in trappola, ma più docili. Non apriamo le patatine, e le sgranocchiamo, mentre stiamo in fila, abbiamo interiorizzato una paura che non ci permette di fare niente. È un’illusione di ricchezza, un’illusione di democrazia: siamo tutti nello stesso luogo, sembra di partecipare alla stessa festa, ma non è così».
È quanto mai contemporaneo.
V.S.: «Lo è. Tutti i giorni andiamo da soli a fare la spesa. Portare questo testo a teatro significa fare collettivamente un ragionamento che magari ci poniamo in solitudine».
Chi siete in scena?
V.S.: «Interpretiamo il medesimo personaggio, ovvero Ernaux stessa che va al supermercato e poi nel suo studio a scrivere. È un monologo, ma a due voci. Ed è anche un dialogo. È uno scambio continuo».
S.G.: «È stato un grande lavoro di invenzione, di gioco, come bambine che tirano su un supermercato che non esiste».
È teatro. Ma è anche politica?
V.S.: «Quando parla dei topi in gabbia si riferisce al supermercato, ma lo sguardo è più ampio. Perché non ci ribelliamo? Siamo stanchi. C’è quel momento della coda alle casse in cui siamo esasperati dall’attesa, ma poi usciamo e ce ne dimentichiamo. È un po’ come siamo diventati: di fronte alle ingiustizie ci lamentiamo dentro di noi, ma non diventiamo collettività».
S.G.: «C’è anche compassione però, verso i nostri desideri. Ernaux dice: “Siamo una comunità di desideri, non di azione”. C’è impotenza ma anche un sentirsi tutti umani. Nel desiderare, siamo tutti uguali».
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