Il caso Ilva sul filo del rasoio
La partita è sempre più complicata e i tempi sono strettissimi. Si deve andare oltre il tutti contro tutti
Il caso Ilva sul filo del rasoio
Rita Querze | 4 settembre 2026La partita è sempre più complicata e i tempi sono strettissimi. Si deve andare oltre il tutti contro tutti
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Tutti colpevoli, nessun colpevole. Se fosse un giallo quello dell’ex Ilva resterebbe irrisolto. Sono passati 14 anni da quando la crisi della prima acciaieria d’Italia — ambientale e produttiva nello stesso tempo — è diventata evidente agli occhi di tutti. Da allora si sono avvicendati governi di ogni colore. Per alcuni la colpa è del Movimento 5 Stelle che nel 2019 ha voluto togliere lo «scudo penale» che proteggeva i manager.
Per altri l’errore è stato nel 2017 (governo Gentiloni) con l’assegnazione del gruppo ai franco indiani di ArcelorMittal (la manager di allora è indagata per bancarotta fraudolenta). Per altri ancora la «colpa» è dell’attuale governo di centro-destra che non è riuscito a rimettere in carreggiata il dossier nonostante il moltiplicarsi delle gare e dei candidati a investire. Dove stiamo oggi nella cartina della crisi dell’ex Ilva è presto detto: stiamo nel punto in cui il tracollo evocato è divenuto uno scenario concreto e probabile. Questo ci dice quanto è accaduto nella giornata di ieri, con i 2.500 licenziamenti annunciati nell’indotto.
Bisognava aspettarseli: se l’ultimo altoforno a Taranto sarà spento a fine ottobre, quale acciaio alimenterà i laminatoi? La partita adesso diventa ancora più complicata, per di più i tempi sono strettissimi. Non può bastare la buona volontà di una cordata di 15 imprenditori della siderurgia italiana. Serve una reale «volontà-Paese» che tenga insieme tutti: maggioranza, opposizione, sindacati, territori. Guardiamo alla drammatica crisi di Volkswagen: non è forse quello che stanno facendo i tedeschi per salvare il salvabile della loro industria dell’auto?
Ma dobbiamo dirci la verità: si tratta di un’impresa ai limiti dell’impossibile. Molto più facile continuare con lo scaricabarile delle colpe e delle responsabilità che affrontare la sfida e il rischio di un rilancio in extremis. A questo, d’altra parte, spinge anche la congiuntura elettorale. Resta il fatto che l’interesse-Paese è un altro. E cioè giocare il tutto per tutto nella partita della riconversione di Taranto.
4 settembre 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Editoriali e commenti di oggi di Rita Querze