Silvio Orlando: «Quando Manson mi chiese di fare un selfie, abbagliato da Diane Keaton. A Venezia per Veronesi divento di nuovo cardinale»
L'attore a Ischia in dialogo con Peppe Lanzetta. «Al festival del Cinema interpreto l'uomo che spinse Galileo ad abiurare ma poi si scontra con un umile frate»
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Silvio Orlando: «Quando Manson mi chiese di fare un selfie, abbagliato da Diane Keaton. A Venezia per Veronesi divento di nuovo cardinale»
di Mirella ArmieroL'attore a Ischia in dialogo con Peppe Lanzetta. «Al festival del Cinema interpreto l'uomo che spinse Galileo ad abiurare ma poi si scontra con un umile frate»
Peppe Lanzetta e Silvio Orlando
«Marilyn Manson venne a girare una partecipazione in The New Pope di Paolo Sorrentino. Io quel giorno non ero in scena, lo vidi e pensai: quando mi ricapita? Non sono mai stato un suo fan, anzi mi faceva anche un po’ paura, però volevo una foto da far vedere ai miei nipoti. Mi avvicinai per chiedergliela e accadde il contrario: Marilyn Manson si girò e chiese di fare un selfie con me. Io volevo una fotografia con lui e alla fine fu lui a volerla con me». È uno scoppiettante, imperdibile Silvio Orlando quello che si racconta alla Colombaia di Luchino Visconti, la suggestiva Villa di Forio d’Ischia dove è stato scritto un pezzo della storia del cinema italiano del Novecento.
Orlando è un uomo schivo, nonché un attore rigoroso, ma si concede con generosità al pubblico ischitano, anche perché l’interlocutore è un altrettanto brillante e imprevedibile conversatore, ovvero Peppe Lanzetta. È lui il direttore artistico di una raffinata minirassegna, PopCorn Stories, che si inserisce nel programma di «Bellissima – Speciale 120 Visconti», rassegna promossa dal Comune di Forio con la direzione artistica di Annamaria Punzo. Quella con Orlando è l’ultima delle conversazioni previste, che fa seguito agli incontri con Eduardo De Angelis, Giovanni Esposito ed Edgardo Pistone. Un’occasione, il faccia a faccia tra i due attori, per anticipare qualcosa sul festival di Venezia: Orlando sarà al fianco di Pierfrancesco Favino in «Dio ride» di Giovanni Veronesi, film scelto per chiudere la Mostra del Cinema.
«Giovanni Veronesi», racconta l’attore napoletano, «ha fatto un film completamente diverso dagli altri, molto drammatico, commovente. Dio ride racconta la storia di un frate del Seicento che scopre di avere una vena comica e comincia a raccontare il Vangelo ai contadini facendoli ridere. La Chiesa locale protesta, la voce arriva fino a Roma e viene mandato a occuparsi di lui il cardinale Maculano, il personaggio che interpreto io: una figura realmente esistita, un uomo di grande esperienza che era riuscito a far abiurare Galileo». Come si sviluppa il personaggio? «Maculano arriva convinto che, dopo essere riuscito con Galileo, non avrà difficoltà a convincere un frate ignorante e contadino. Invece si trova davanti un uomo che porta dentro di sé una fede autentica, proprio quella che il cardinale ha completamente smarrito, e che riesce a trasmetterla facendo anche ridere le persone. Da lì nasce la dialettica tra i due: il mio personaggio cerca di avvertirlo di ciò a cui sta andando incontro».
«Nel film», prosegue Orlando, «c’è anche una domanda che trovo molto forte: a cosa sei disposto a rinunciare nella vita pur di portare avanti le tue idee? La storia è ambientata nel Seicento, ma è una domanda che arriva direttamente al presente. Ed è legata anche a una frase di Papa Francesco».
La conversazione con Peppe Lanzetta prende anche la piega dell’amarcord: «Agli inizi», ricorda Orlando, «fui scritturato per uno spettacolo in cui eravamo quattro attori e interpretavamo due personaggi: due recitavano e gli altri due facevano il pubblico. C’era anche Francesco Paolantoni. Per poter andare in scena dovevamo risultare in regola con il numero degli spettatori: staccavamo sessanta biglietti e io facevo il borderò falso. C’era di mezzo Mico Galdieri, un grande impresario italiano. Anche attraverso queste cose passava il teatro di allora».
E i grandi divi incontrati sul set? «Trovarmi a lavorare con Diane Keaton, per esempio, significava avere davanti a me una persona legata a film che non avevo semplicemente amato, ma che avevano cambiato la mia vita. Pensavo a Manhattan, a Woody Allen, a tutto quell’immaginario. Avevamo un lungo dialogo insieme e io cercavo di cavarmela con il mio inglese. A un certo punto mi ritrovai a chiederle: “Diane, ma perché facciamo questo mestiere?”». E ancora sulla diva americana, nel cast di The Young Pope: «Diane Keaton rimase per mesi molto appartata. Quando finivano le riprese praticamente evaporava, non la vedevamo mai, e poi tornava sul set. Per me, però, trovarmi davanti a lei aveva qualcosa di incredibile».
Consigli per aspiranti attori? «Ho capito che ogni percorso è individuale: ognuno sbaglia alla propria maniera e ognuno trova la propria maniera di recitare. Certo, due o tre cose tecniche si possono insegnare, ma noi non abbiamo avuto una scuola: ci siamo fatti da soli, siamo attori venuti dalla strada. Sarebbe interessante capire quanti attori usciti dalle grandi accademie abbiano fatto cose importanti e quanti autodidatti siano riusciti a fare altrettanto. Il risultato non è mai scontato. La trasmissione della nostra arte è complicatissima: credo che la recitazione sia qualcosa che si può imparare, ma non insegnare».
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[an error occurred while processing this directive]4 settembre 2026 ( modifica il 4 settembre 2026 | 07:28)
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