L’Europa tra Putin e Trump
Le «provocazioni» della Russia: il Vecchio Continente non sembra ancora pronto per difendersi senza l’America
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L’Europa tra Putin e Trump
Federico Rampini | 3 settembre 2026Le «provocazioni» della Russia: il Vecchio Continente non sembra ancora pronto per difendersi senza l’America
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Al quinto anno di una guerra che doveva durare due settimane, Putin ha la tentazione di una fuga in avanti, allargando il conflitto all’Europa occidentale? È uno dei possibili scenari per spiegare il crescendo di provocazioni, micro-aggressioni e sabotaggi, prima contro Polonia, Baltici e Scandinavia, ora in particolare contro la Germania. Oppure cerca solo di mettere alla prova la coesione e la preparazione dell’Europa occidentale? Qualsiasi disegno abbia lo Zar, perfino l’amministrazione Trump tradisce preoccupazione, come dimostra la missione semi-segreta del capo della Cia a Mosca. Dobbiamo chiedercelo: quale paesaggio europeo «accoglie» gli sconfinamenti di droni russi, e altre provocazioni simili? Il progetto di una difesa comune europea — reso urgente dalle ambiguità di Trump sulla Nato e dalle sue offese agli alleati — rimane ancora uno slogan ambizioso con poca sostanza. Il cosiddetto «riarmo» procede con lentezza. Un rapporto che sarà presentato al Forum Teha di Cernobbio dà la misura dei problemi. La frammentazione industriale è spaventosa, i sistemi d’arma prodotti in Europa sono un mosaico all’insegna delle incompatibilità, tanti orticelli nazionali non si sommano fra loro e non diventano un’alternativa al «made in Usa».
Nelle tecnologie più avanzate di controllo dei cieli, spionaggio satellitare, intelligence, intercettori e scudi antimissile, il ritardo è tale che la Grecia ha firmato un contratto per farsi difendere da… Israele. Il consolidamento industriale che deve far nascere veri campioni europei è ostacolato finché non esiste una vera «centrale di acquisti» comune.
Lo stato delle opinioni pubbliche è l’altra faccia della frammentazione. La consapevolezza delle minacce è cresciuta nei Paesi del Nord-Est, non a caso quelli che subiscono le più gravi incursioni russe: Germania e Polonia, Baltici e scandinavo-finnici. Perfino due nazioni ad antica tradizione neutrale come Svezia e Finlandia, solo di recenti entrate nella Nato, hanno concetti di «sicurezza totale» e un coinvolgimento attivo della società civile, che mancano altrove. L’Italia è tra i Paesi più arretrati: benché la geopolitica sia diventata materia da talkshow, il 40% dei suoi cittadini fanno perfino fatica a definire che cosa sia la Nato.
«Il pericolo dall’Est non esiste, le minacce sono inventate dalla propaganda americana»: questa affermazione negli anni ‘60, ‘70 e ‘80 era abbastanza diffusa a sinistra. Oggi lo rimane nella sinistra radicale ma ha nuovi proseliti nell’estrema destra che avanza in Germania, Francia, Italia. La russofilia si traveste da neutralismo e da pacifismo. Il copione che Stalin aveva usato agli albori della guerra fredda, torna utile ai tempi dei social media, i fatti sono optional da fabbricarsi secondo i propri pregiudizi.
Qual è la risposta efficace alle provocazioni di Putin? Se la prima guerra fredda insegna qualcosa: l’Armata Rossa invase Berlino Est, Budapest, Praga, per soffocare nel sangue gli aneliti di libertà, ma non osò spingersi a Trieste e Gorizia, Berlino Ovest o Copenaghen. Perché là c’erano soldati americani, e un deterrente nucleare credibile. E malgrado le ripetute offese all’Europa da parte di presidenti come Eisenhower, Nixon, Reagan, l’ancoraggio atlantico fu sempre essenziale per contenere la pulsione europea alla resa: dopotutto furono Schroeder e Merkel a pagare con il gas russo il riarmo di Putin e le sue guerre di conquista.
Poiché non è realistico che il deterrente europeo raggiunga in breve tempo l’efficacia di quello americano, l’Alleanza atlantica va salvata.Lo vogliono, d’altronde, gli stessi cittadini degli Stati Uniti.
Sondaggio dopo sondaggio lo confermano: fra i temi sui quali Trump ha perso consensi figura anche il suo trattamento degli alleati. Gli elettori repubblicani non sono diventati putiniani, sentono molte più affinità elettive con gli europei o con il Canada.
Oltre alla società civile c’è l’establishment Usa: militari, diplomatici, tecnocrati, gli stessi capitalisti, hanno accumulato investimenti nello spazio comune occidentale e non sono disposti a cederlo. Le batterie antimissili Patriot scarseggiano perché Trump ne ha usate troppe contro l’Iran, e la sua stessa industria militare è sottodimensionata dopo decenni di «dividendi della pace». Ma il Pentagono continua a fornire all’Ucraina un’intelligence aerea essenziale… così come Elon Musk con Starlink. I generali americani hanno il massimo rispetto per la start-up nation che a Kiev ha creato una Silicon Valley dei droni. Trump ha accarezzato un suo perverso disegno d’intesa con gli autocrati, ai vertici di Anchorage e di Pechino. Ma i poteri forti del suo apparato militare e di intelligence vedono quanto sia reale, e micidiale, l’Asse Pechino-Mosca-Teheran-Pyongyang.
Nel 1984, la decisione di Reagan di schierare nell’Europa occidentale i missili nucleari Pershing — benché presa come risposta a uno schieramento di missili nucleari sovietici — aveva portato centinaia di migliaia di manifestanti nelle strade delle città europee. Alti esponenti dei governi francese, tedesco e italiano assediarono l’allora segretario generale della Nato, il barone inglese Peter Carrington. Gli europei si lamentarono: gli americani erano arroganti, spericolati e sprezzanti dei consigli degli alleati. Carrington li ascoltò. Poi pronunciò il suo verdetto sul perché l’indispensabilità americana imponesse indulgenza: «Purtroppo, questi sono gli unici americani che abbiamo». Con le elezioni di midterm che si avvicinano, e la possibilità che il partito di Trump venga ridimensionato, torna utile la battuta di un inglese ancora più famoso, Winston Churchill: «Si può sempre contare sugli americani perché facciano la cosa giusta — dopo aver provato tutte le altre».
3 settembre 2026
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