«Wild Horse Nine» di Martin McDonagh: com'è epica la vita del killer di John Fitzgerald Kennedy
Il film del regista di «Tre manifesti a Ebbing, Missouri» indaga il male della democrazia non solo americana, la storia che si ripete. Con un Malkovich da premio
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«Wild Horse Nine» di Martin McDonagh: com'è epica la vita del killer di John Fitzgerald Kennedy
di Sara D'AscenzoIl film del regista di «Tre manifesti a Ebbing, Missouri» indaga il male della democrazia non solo americana, la storia che si ripete. Con un Malkovich da premio
John Malkovich e Sam Rockwell in una scena di «Wilde Horse Nine»
«Wild Horse Nine» di Martin McDonagh
Nei primi minuti di «Wild Horse Nine» Martin McDonagh condensa in un paio di battute oltre cinquant'anni di politica estera americana. E non è un gran bilancio. «Guatemala?» - «Un successo»; «Baia dei Porci?» - «Non proprio un successo»; «Dallas 22 novembre 1963?» - «Meno se ne parla meglio è».
John Malkovich (da premio) e Sam Rockwell sono due scalcagnati agenti della Cia che negli anni cruciali della storia americana recente - siamo nel '73 alla vigilia del colpo di Stato in Cile - fanno i conti col proprio passato e con diversi rimpianti. La scelta di McDonagh è di raccontare l'amicizia tra i due, che sono due agenti della Cia, uno più vecchio, a fine carriera (e alla fine della vita, si scoprirà), l'altro più giovane ma sufficientemente navigato. Il cuore è dunque il loro rapporto. Ed è per quello che l'azione, dal Cile si sposta all'Isola di Pasqua, perché Chris ha espresso il desiderio di vedere le «teste» prima di morire e Lee vuole accontentarlo. Ma il non detto, che si rivelerà presto, è che Chris ha chiesto a Lee di ucciderlo. Pare facile, però. Perché di mezzo ci si mettono la politica - il colpo di Stato imminente in Cile e quel senso di incappare in ogni istante in un segreto di Stato rivelato - la Storia e pure i meccanismi distorti della democrazia americana.
Il copione scoppietta come un pop-corn appena fatto: battute a orologeria si alternano a momenti di lirismo, perché due uomini alla fine del mondo sollevano il film a un registro alto, che però il regista è abile a far scendere continuamente e beffardamente. Ma anche si inorridisce a mettere in fila i lacerti di una storia che ci riguarda sempre di più: Chris (Malkovich) racconta a due ragazze che conosce in aeroporto, come finirà in Cile e sappiamo che sarà una tragedia. E su Kennedy c'è forse la battuta più terribile: «Ad alcuni di noi piaceva» - «Sì, ma a volte bisogna fare del male in nome di un bene superiore». O ancora: «Avevano una democrazia, prima che noi intervenissimo...». E questi mille registri del film sono esaltati dalla fotografia che recupera l'estetica da pellicola, avvicinandosi quasi non vista agli attori. Si ride, si piange, è vita, è cinema. Curiosità: nel film Lee non è quello che ha premuto il grilletto contro Kennedy. Nella storia - tramandata - sì.
Voto: 9. Emozioni e risate. Da non perdere.
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3 settembre 2026
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