L'ologramma di un cuore
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L'ologramma di un cuore

Giovedì 3 settembre 2026
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Strage in famiglia a Pietralata, il mistero dell’ultimo sms della madre all’amica: «Facciamoci due risate»

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L'ologramma di un cuore

di Maria Angela Robustelli

Avevo letto di Laila e quella notte non riuscii a chiudere occhio, seduta a gambe incrociate davanti al balcone aperto della mia camera che dava sul grande pioppo di fronte, mentre un vento notturno di fine estate, muoveva le sue foglie baluginanti di chiaroscuri e tempesta, come i miei pensieri.
Nella notte del 13 agosto precedente, un uomo non ancora identificato aveva fatto irruzione nel canile rifugio di Pagani, in provincia di Salerno, vandalizzandone la struttura e terrorizzando gli animali nei box, per poi rapire deliberatamente una giovane pitbull – i volontari l’avevano chiamata Laila per assonanza alla dolce principessa resiliente di Star Wars, cambiandoci una vocale perché quel nome potesse essere solo suo - abbandonata e accalappiata in strada due anni prima, che aveva trovato in quel ricovero un po’ di tepore di casa.
L’aveva scaraventa di peso fuori dall’alto cancello per poi seviziarla e romperle denti e ossa con una spranga di ferro, lasciandola in fin di vita, poco prima dell’alba e di dileguarsi, sul ciglio di un sentiero sterrato. Senza alcun motivo. Il bus di linea 075 mi aveva lasciata alla fermata S. Domenico 99 a Pagani, la domenica successiva. 
Il cemento lasciava progressivamente spazio alla terra battuta con piccoli appezzamenti coltivati e canneti di vegetazione spontanea. Camminai a piedi per circa dieci minuti costeggiando quelle che a un certo punto mi resi conto essere le mura del cimitero del paese, immerso in un silenzio di pace.
Quando arrivai, per l’orario di visita pomeridiano, venni subito accolta con grande ospitalità.
Quando i carabinieri ce l’hanno riportata, aveva gli occhi pieni di qualcosa che andava oltre la paura. Era stremata, mi dice Giulia, la volontaria responsabile dell’organizzazione di volontariato Zampa amica, che gestisce il canile con meno di un euro e cinquanta al giorno per circa centoquindici ospiti tra cani e gatti. Ora sta meglio. Si è lasciata curare con fiducia e il dolore per le fratture è diminuito ma i denti non ricresceranno , continua con una disarmante lucidità.
Giulia, 47 anni, impiegata di Pagani, mamma di Giorgia, 15. Ha dedicato tutta la sua seconda vita, come la chiama lei, a quegli animali nati senza nome e sotto una cattiva stella, dopo che, per motivi personali, aveva attraversato un lungo periodo di difficoltà esistenziali che l’avevano portata a una profonda sfiducia nel futuro. Le persone mi avevano deluso, mi dice con fragilità, ma quando misi piede per la prima volta in questo canile come volontaria, gli occhi trascurati che incrociai mi cambiarono la vita. Così nel 2023, grazie a una gara d’appalto del Comune - oggi in scadenza - riesce a rilevarlo e con grandi sacrifici, a trasformarlo nell’isola incontaminata che è oggi. Vivere quasi in simbiosi con questi cani, mi ha insegnato che il mondo può tornare ad essere un mondo di bene, che possiamo dirci ricchi quando diamo quello che non abbiamo, ma dal 14 agosto viviamo nella paura che episodi come questo possano ripetersi, anche per la mancanza concreta di un dialogo con le istituzioni locali.
Ma Giulia, una volta varcata la soglia del corridoio dei box aperti, per mostrarmeli, tutto d’un tratto cambia espressione, letteralmente inondata da salti di gratitudine, lingue d’amore e abbai di gioia, e conclude, Ma io non mollo. La mia missione continuerà ad essere quella di trovare i fondi necessari per far vivere loro e quelli che verranno, una vita migliore al sicuro.
Quando finalmente la incontrai, Laila ed io ci siamo guardate a lungo negli occhi e a modo nostro, ci siamo sorrise.
Ho sentito il cuore battere forte e lei, la coda.
Quante cose ci siamo dette senza parlare. L’ultima è stata una promessa. Arrivederci.
Tornando a casa, mi venne in mente quello che la Dottoressa S. mi aveva detto prima di salutarci al nostro ultimo incontro alla fine della prima fase di terapia, il sorprendente viaggio all’avventura della cura a un grande dolore , come lo definiva lei.
Fu dopo che faticosamente mi venne fuori che sentivo un buco al posto del cuore, una voragine nel petto dai contorni bruciati, che lei serenamente mi chiese, Come un colpo d’arma da fuoco quindi? Le feci cenno di sì con la testa, tra lacrime liberatorie.
E chi aveva sparato quel colpo era una persona dalla quale non avrei mai pensato di dovermi difendere, come Laila, e che invece avrebbe solo dovuto amarmi.
E allora tra le macerie, deve provare a ricostruirlo il suo cuore, deve capire di cosa è fatto adesso , proseguì la Dottoressa, lasciandomi il tempo necessario.
Guardai fuori dalla finestra del suo studio dalle pareti color acquamarina. Poi risposi.
Per adesso vedo solo il suo ologramma. I ventricoli, le arterie, sono fatte di stringhe di parole che orbitano vorticosamente come ellissi terrestri attorno al sole. Solo così riesco a vederlo. Prima di scrivere.

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