Quel grido che riguarda tutti
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Quel grido che riguarda tutti

Mercoledì 2 settembre 2026
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La tragedia della famiglia di Roma. Un gesto che non va assolto, ma va interpretato come il sintomo di una solitudine

La storia di Lindsay Clancy, a processo per aver ucciso i tre figli: il suo caso divide gli Usa e la giuria 

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Enzo D'errico | 2 settembre 2026

La tragedia della famiglia di Roma. Un gesto che non va assolto, ma va interpretato come il sintomo di una solitudine

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È già accaduto e accadrà di nuovo. Irrimediabilmente. Perché la tragedia di Roma, dove Valentina Pambianco e Luca Abbasciano si sono uccisi con la figlia disabile Bianca di appena cinque anni, è la logica conseguenza di un dolore inestinguibile, che a volte tracima oltre i bordi della sopportazione e sommerge ogni speranza. Sono storie, questa come tante altre, che si consumano in silenzio giorno dopo giorno e di cui ci accorgiamo soltanto quando ormai è troppo tardi. Marchiarle con giudizi moralistici è impossibile: bisognerebbe provare un’oncia della sofferenza cui sono condannate queste famiglie prima di esprimere qualsiasi opinione.

Certo, nessuno ha il diritto di uccidere e tantomeno si riesce a concepire, nel tepore di esistenze a malapena scalfite, come una coppia di genitori possa ammazzarsi con la propria bambina pur di risparmiarle un calvario. Eppure se questo continua a succedere, o se quel pensiero maledetto ronza nella testa di tante e tante famiglie che faticano sempre più a scacciarlo, un motivo ci sarà. E non basta una scomunica etica a cancellarlo. Conviene, invece, ascoltare il grido di disperazione — spesso composta e piena di dignità — che da queste vicende si leva ed accorgersi quanto ci riguardi, quanto racconti a noi stessi ciò che siamo diventati.

Chi ha un figlio disabile sa bene che, spesso anche se non sempre, dopo lo smarrimento iniziale impari a navigare dentro l’oscurità: è vero, devi dimenticare l’orizzonte, perché la disabilità non prevede guarigione, ma riesci a trovare faticosamente il modo di solcare le onde, affrontandole l’una dopo l’altra. Nulla, però, potrà mai lenire la ferita che ti tortura la mente e incide la tua carne ogni istante più a fondo: cosa sarà di mio figlio o mia figlia quando morirò? Chi se ne prenderà cura? Come e dove attraverserà il suo mondo in tempesta senza l’amore che l’ha circondata? Il presente è un sentiero accidentato che percorri a testa bassa, lungo il quale cadi e ti rialzi finché hai un briciolo di forza. Il futuro, invece, è un baratro senza fondo che aspetta solo d’inghiottirti. L’unico antidoto che un tempo, soprattutto nei piccoli centri, smussava gli effetti del veleno era l’empatia, il senso di appartenenza a una comunità capace di accoglierti e starti accanto. Oggi l’immensa solitudine che ci attanaglia ha slabbrato quel tessuto, rendendoci tutti più vulnerabili alle inondazioni del destino.

Ecco perché il dramma di Valentina e Luca, con la piccola Bianca, parla a tutti noi, compreso chi della disabilità sa poco o nulla. Ci mostra senza infingimenti il vuoto esistenziale nel quale siamo piombati, la scomparsa di una rete di relazioni in grado di sorreggerci quando inciampiamo, l’isolamento in cui abbiamo imprigionato lo scorrere del tempo. E chiama in causa una politica che osserva questa frana sociale con coriacea indifferenza. Le famiglie, sempre più magre e malandate, non hanno un supporto decente e si ritrovano da sole a fronteggiare la ferocia della crisi economica. Secondo l’ultimo rapporto dell’Eurispes, sei italiani su dieci non riescono ad arrivare a fine mese e uno su quattro non ce la fa a sostenere le spese mediche. Il sessanta per cento ha rinunciato ai beni non necessari e il trentaquattro perfino ai controlli sanitari di routine. Definire vita una cosa del genere è un azzardo. Ha un solo nome: sopravvivenza.

Ovviamente se poi focalizziamo l’obiettivo sulla disabilità, il quadro peggiora sensibilmente. Il fondo unico per l’inclusione, nella legge di bilancio 2026-28 è diminuito per l’ennesima volta passando da 433,7 a 418,6 milioni che nel 2027 diverranno 378,6 e nel 2028 caleranno ancora a 328,6. La legge sul «Dopo di noi», unica impronta per quanto labile e confusa lasciata da un governo su questo tema fondamentale (c’era Matteo Renzi alla presidenza del Consiglio), viene finanziata con la stessa cifra del bilancio precedente: 73,33 milioni, ossia pochi spiccioli se si tiene conto che nel nostro Paese sono certificati circa 3,1 milioni di persone in condizione di gravi limitazioni o non autosufficienti su un totale di quasi 13 milioni di cittadini (circa il 22% della popolazione) affetti da qualche forma di disabilità. Naturalmente su queste somme va fatta la tara di un’inflazione che cresce a vista d’occhio e ne erode la portata. Ora, se questa è la risposta della politica al malessere delle famiglie e alla solitudine di chi è piegato dalla sorte, come possiamo immaginare che cambi qualcosa? Come possiamo soltanto evocare parole quali inclusione, solidarietà, ascolto? Come possiamo pretendere, in un’epoca scandita da paura e incertezza, che germogli una cultura fondata sulla reciprocità e non sull’individualismo? Come possiamo immaginare, con stanziamenti ridicoli, di costruire ad esempio modelli di cohousing pubblico destinati a ospitare i disabili nel «dopo di noi», che è il terribile rovello dei loro genitori? 

La frattura tra chi ha i soldi per rivolgersi all’assistenza privata e chi è costretto a vedersela da solo aumenta ormai in modo esponenziale, aggiungendo un altro ingrediente alla venefica ricetta della disgregazione sociale. Perciò prima di puntare il dito contro Valentina e Luca, prima di condannare la loro spaventosa scelta, inchiodiamoci nella memoria la loro voce. Affidata a una frase scritta sull’ultimo biglietto: «Da soli non ce la facciamo». Come tutti noi.

2 settembre 2026

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