Jacopo Meldolesi, maestro di scienza e di vita
Lascia una grande eredità scientifica, nei suoi studi e nelle istituzioni che ha contribuito a costruire. Ma la sua eredità vive anche nelle tante persone che ha formato e che, a loro volta, hanno trasmesso ad altri il rigore, la curiosità e la passione per la ricerca che avevano imparato da lui
Jacopo Meldolesi, maestro di scienza e di vita
Michela Matteoli * | 2 settembre 2026Lascia una grande eredità scientifica, nei suoi studi e nelle istituzioni che ha contribuito a costruire. Ma la sua eredità vive anche nelle tante persone che ha formato e che, a loro volta, hanno trasmesso ad altri il rigore, la curiosità e la passione per la ricerca che avevano imparato da lui
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
La scorsa settimana ci ha lasciato Jacopo Meldolesi, uno dei grandi protagonisti della biologia cellulare e delle neuroscienze italiane. Per me, però, ricordarlo significa prima di tutto tornare al 1986, quando arrivai da Pisa a Milano, giovane neolaureata, per svolgere il dottorato nel laboratorio di Pietro De Camilli.
Il Centro di Studio per la Citofarmacologia del CNR, in via Vanvitelli, era un luogo quasi inverosimile. Un corridoio stretto, sul quale si affacciavano una dozzina di piccole stanze: ciascuna era un laboratorio e in ognuna lavoravano scienziati del calibro di Bruno Ceccarelli, Francesco Clementi e Jacopo Meldolesi e, con loro, una generazione più giovane alla quale appartenevano, tra gli altri, Pietro De Camilli, Nica Borgese e Guido Fumagalli. Nomi che hanno fatto la storia della biologia cellulare e delle neuroscienze in Italia, dando vita a una vera scuola, riconosciuta a livello internazionale.
Io ero arrivata con il desiderio di integrare ciò che avevo imparato a Pisa sull’elettrofisiologia con la biologia cellulare del neurone. Non avrei potuto trovare un posto migliore, anche se allora ne percepivo soprattutto il rigore e, talvolta, persino il terrore che incuteva a noi giovani.
Ricordo bene i progress report. Una volta all’anno dovevamo presentare il nostro lavoro davanti a tutti. Le domande di Jacopo erano acute, precise, fondate. Non lasciavano spazio a risposte approssimative. Bisognava saper difendere un’ipotesi, spiegare un risultato, immaginare una strada alternativa quando quella intrapresa non reggeva. È stata una scuola durissima e straordinaria.
Ma quel gruppo era anche molto unito: una famiglia scientifica nella quale, nei momenti difficili, qualcuno si assumeva la responsabilità di prendersi cura degli altri. Quando Pietro De Camilli si trasferì negli Stati Uniti, Bruno Ceccarelli si prese cura di me durante il dottorato. Quando Bruno morì prematuramente, fu Jacopo a occuparsi dei giovani del suo gruppo, tra i quali Flavia Valtorta, Fabio Grohovaz e Riccardo Fesce. Quando tornai dagli Stati Uniti, dopo il mio periodo di postdoc da Pietro (finalmente ero riuscita a lavorare con lui!), Francesco Clementi mi accolse dicendo disse: «Bentornata a casa».
Jacopo era una delle colonne di quella comunità. Nato a Roma nel 1937, si era laureato in Medicina e Chirurgia e, dopo la specializzazione in Endocrinologia, aveva iniziato la sua attività scientifica a Milano. Tra il 1968 e il 1969 aveva lavorato alla Rockefeller University di New York nel laboratorio di George Palade, uno dei fondatori della moderna biologia cellulare e futuro premio Nobel. Da quell’esperienza aveva portato con sé un modo di fare ricerca capace di attraversare i confini tra discipline: biologia cellulare, biochimica, farmacologia e fisiologia.
I suoi studi hanno contribuito in modo fondamentale alla comprensione della secrezione cellulare, del traffico delle membrane e delle vescicole, della liberazione dei neurotrasmettitori e dei segnali intracellulari mediati dal calcio. Il lungo sodalizio scientifico con Tullio Pozzan è stato uno dei capitoli più alti della ricerca biomedica italiana. Per noi giovani, essere esposti a quello scambio continuo di idee significava respirare ogni giorno una scienza di livello eccezionale. Nel 2001 Jacopo fu eletto membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, che già nel 1994 gli aveva conferito il Premio Feltrinelli.
Alla fine degli anni Ottanta, Jacopo si trasferì al San Raffaele, dove fu Direttore della Ricerca fino al 1998 e contribuì in modo determinante alla nascita del DIBIT. Per noi giovanissimi fu un piccolo trauma. Non avevamo ancora capito che muoversi, costruire luoghi nuovi, gettare semi e creare opportunità per gli altri sono tra le cose più importanti che uno scienziato possa fare. E Jacopo lo fece, creando al San Raffaele una comunità scientifica di altissimo livello, ispirata alla mentalità delle grandi istituzioni americane.
Nel frattempo, anch’io crescevo. Jacopo, da maestro che mi intimidiva, divenne un collega prezioso, al quale chiedevo aiuto per la scrittura dei lavori (scriveva in modo splendido) e consigli sulla scienza e sulla carriera. Poi, a un certo punto, cominciò lui a chiedere qualche consiglio a me. Ricordo di aver percepito allora, forse per la prima volta, che qualcosa nel nostro rapporto era cambiato. Non era venuto meno il rispetto, ma si era trasformato in uno scambio più libero, quello che può nascere solo dopo molti anni di scienza e di vita condivise.
Forse è così che procede la vita degli scienziati. Ognuno di noi è anche il risultato delle persone che lo hanno formato, corretto, sostenuto e qualche volta messo in difficoltà. E ciò che abbiamo ricevuto continua, spesso senza che ce ne rendiamo conto, nel modo in cui poniamo una domanda, discutiamo un risultato, scriviamo un lavoro o ci prendiamo cura dei più giovani.
Jacopo lascia una grande eredità scientifica, nei suoi studi e nelle istituzioni che ha contribuito a costruire. Ma la sua eredità vive anche nelle tante persone che ha formato e che, a loro volta, hanno trasmesso ad altri il rigore, la curiosità e la passione per la ricerca che avevano imparato da lui.
Grazie Jacopo, per tutto quello che ci hai insegnato.
* Professoressa di Farmacologia presso Humanitas University, Direttrice del Programma di Neuroscienze di Humanitas Research Hospital e membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei
2 settembre 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Editoriali e commenti di oggi di Michela Matteoli *Jacopo Meldolesi, maestro di scienza e di vita
Mercoledì 2 settembre 2026 di Goffredo BucciniUn brutto risveglio
Martedì 1 settembre 2026 di Daniele MancaPerché le «menti» dell'AI ci mettono in guardia dalla loro creatura ma rifiutano i limiti Ue?
Martedì 1 settembre 2026 di Stefano PassigliUna democrazia troppo divisa
Martedì 1 settembre 2026 di Gian Antonio StellaQuei mercati al teatro Pirandello
Martedì 1 settembre 2026 di Paolo FallaiServo, chi è obbligato a lavori umili (e chi si presta a essere dominato)
Martedì 1 settembre 2026 LEGGI TUTTIGli approfondimenti e gli editoriali sui principali temi di attualità, politica, economia e costume curati dalle firme più prestigiose del Corriere della Sera. Scopri opinioni e commenti sui fatti del giorno.
Le Newsletter del Corriere, ogni giorno un nuovo appuntamento con l'informazione
Riceverai direttamente via mail la selezione delle notizie più importanti scelte dalle nostre redazioni.
Iscriviti