Separati dalla vita, Giuditta Sidoli e Giuseppe Mazzini sono stati riuniti dalla toponomastica
Corriere della Sera - Cultura

Separati dalla vita, Giuditta Sidoli e Giuseppe Mazzini sono stati riuniti dalla toponomastica

Mercoledì 2 settembre 2026
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A Torino, nella via dedicata al fondatore della Giovine Italia, c'è la lapide sulla casa dove abitò l'eroina risorgimentale. Questa è la sua storia

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Separati dalla vita, Giuditta Sidoli e Giuseppe Mazzini sono stati riuniti dalla toponomastica

di Paola Stroppiana

A Torino, nella via dedicata al fondatore della Giovine Italia, c'è la lapide sulla casa dove abitò l'eroina risorgimentale. Questa è la sua storia

«Collaboratrice della Giovine Italia mazziniana, saggia consigliera di amor patrio sempre». A Torino, al numero 20 di via Giuseppe Mazzini, in Borgo Po, una lapide così ricorda Giuditta Sidoli (Milano, 1804 -Torino, 1871) protagonista del Risorgimento, che in quella casa visse a lungo e tenne un salotto frequentato da liberali, patrioti e intellettuali. Per una curiosa ironia del destino Giuditta trascorse oltre un ventennio proprio nella strada che oggi porta il nome dell’uomo con cui condivise ideali, cospirazioni e un tormentato amore. Separati dalla vita, Giuditta Sidoli e Giuseppe Mazzini sono stati riuniti dalla toponomastica.

Nata a Milano nel 1804, figlia del barone Andrea Bellerio, procuratore della napoleonica Repubblica Italiana, Giuditta apparteneva a quell’aristocrazia contro il cui ordine politico avrebbe finito per ribellarsi. A soli sedici anni sposò Giovanni Sidoli, ricco patriota modenese legato alla Carboneria. Dopo i moti del 1821 lo seguì nell’esilio tra Svizzera e Francia, ma nel 1828 Giovanni morì giovanissimo di malattia. Vedova a ventiquattro anni e madre di quattro bambini, Giuditta non abbandonò la politica: nel 1831 partecipò ai moti legati a Ciro Menotti.

L'incontro a Marsiglia

La repressione la costrinse nuovamente all’esilio, mentre i figli rimasero presso la famiglia paterna. Nel 1832, a Marsiglia, incontrò Giuseppe Mazzini. Fu un incontro decisivo: collaborò strettamente all’esperienza della Giovine Italia, partecipando alla sua attività politica ed editoriale e alla rete clandestina del movimento. Tra i due nacque anche una relazione amorosa intensa e tormentata. Le lettere che in due si scambiarono, un ampio carteggio, raccontano un Mazzini assai diverso dall’immagine austera consegnata ai monumenti. «Se potessi averti, abbracciarti, dormire una sola volta con la testa appoggiata sulle tue ginocchia… Ti amo quanto tu puoi volerlo». E ancora: «Sorridimi sempre! È il solo sorriso che mi venga dalla vita».

Braccata dalla polizia

Con il trascorrere degli anni la passione amorosa si stemperò in un’amicizia profonda, nutrita dalla complicità intellettuale e dalla fedeltà a quegli ideali che li avevano uniti. Spinta anche dal desiderio di riabbracciare i figli, che il suocero le impediva di incontrare, attraversò l’Europa e la penisola sotto il falso nome di Pauline Gérard, sorvegliata dalle polizie, espulsa, arrestata, nuovamente accolta e ancora costretta a partire.

In Piemonte

Dopo il 1848 approdò infine in Piemonte. A Torino la rivoluzionaria diventò una figura centrale della vita intellettuale cittadina: la sua casa, dove visse con le sue figlie, si trasformò in un vivace cenacolo politico, frequentato da liberali, repubblicani, nobili e patrioti. Nel 1856 riuscì anche a incontrare Mazzini per un’ultima volta.
Morì a Torino il 28 marzo 1871. Sulla sua tomba, al Cimitero Monumentale di Torino, è ricordata come una donna in cui erano pari «potenza d’intelletto, bontà di cuore, fermezza di propositi», vissuta non per sé, ma «per i suoi figli, per la sua patria».

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