Camosci, greggi e puledri, la fauna trentina negli scatti di Mario Benigni: «La bellezza degli animali è magnetica»
Corriere della Sera - Cultura

Camosci, greggi e puledri, la fauna trentina negli scatti di Mario Benigni: «La bellezza degli animali è magnetica»

Martedì 1 settembre 2026
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Alla Casa degli Artisti di Lundo, a Comano Terme, la mostra «Meraviglioso mondo animale» con una trentina di opere esposte

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Camosci, greggi e puledri, la fauna trentina negli scatti di Mario Benigni: «La bellezza degli animali è magnetica»

di Veronica Tuzii

Alla Casa degli Artisti di Lundo, a Comano Terme, la mostra «Meraviglioso mondo animale» con una trentina di opere esposte

Camosci nella nebbia (Foto di Mario Benigni)

Ci sono abbracci che durano un istante e fotografie che quell’istante lo rendono eterno. Due puledri si sollevano sulle zampe posteriori, in un prato alpino e intrecciano quelle anteriori in un gesto che potrebbe essere gioco, sfida o tenerezza. Intorno, l’erba, i fiori selvatici, gli abeti. In quell’«Abbraccio» di Mario Benigni c’è la pazienza dell’attesa, la sorpresa dell’incontro, la montagna come co-protagonista. Fino al 27 settembre, alla Casa degli Artisti di Lundo, a Comano Terme, la mostra Meraviglioso mondo animale, personale del fotografo trentino. Circa 30 opere restituiscono il suo rapporto con la fauna delle Valli Giudicarie e del Parco Naturale Adamello Brenta, un legame costruito nel tempo.

Falegnameria e terre alte

Benigni è nato nel 1966 a Seo di Stenico, dove ha trascorso i primi trent’anni. Oggi vive e lavora a San Lorenzo Dorsino, dividendosi tra la falegnameria e quelle terre alte. La fotografia arriva negli anni Novanta, seguendo l’esempio di uno zio naturalista. All’inizio sono soprattutto gli uccelli e la vita selvatica dei boschi a catturarlo. Li osserva, li cerca nei rifugi e nelle tane, ne segue i comportamenti. Indaga il dettaglio. «La bellezza degli animali è stata ed è ancora magnetica», racconta. Benigni aspetta che sia l’animale, eventualmente, a concedersi. Possono passare ore senza che accada nulla. Quel nulla, per lui non è tempo perso ma «il privilegio di essere lì». In «Camosci nella nebbia» tre esemplari emergono da una coltre grigio-bianca quasi irreale. Uno domina la scena dall’alto di una roccia, gli altri si muovono più in basso, mentre la nebbia cancella tutto ciò che potrebbe distrarre lo sguardo. È uno dei tratti più riconoscibili della ricerca di Benigni: una composizione precisa, quasi geometrica, che lascia spazio alla poesia. La mostra trentina è una galleria di incontri. L’equilibrio tra documento e stupore si ritrova in «Adozione. Un codirosso imbecca il piccolo cuculo».

«Ho trovato magico quello che mi si è presentato davanti»

L’uccello adulto, in volo, porta un insetto nel becco al pulcino di cuculo, molto più grande di lui. La fotografia concentra in un gesto una storia. Un istante preciso che mostra una delle singolari strategie del mondo naturale attraverso un’immagine di grande nitidezza. Poi c’è il paesaggio, inseparabile dagli animali. In «Val d’Ambiez» un grande gregge occupa il prato, mentre alle sue spalle salgono le pareti rocciose delle Dolomiti di Brenta. È il passaggio verso un altro capitolo dell’indagine di Benigni, quello dedicato alla pastorizia e alle transumanze. Era l’estate del 2011. Sul monte Valandro si imbatté in un gregge che saliva verso l’alpeggio. «Ho trovato magico quello che mi si è presentato davanti», ricorda. Da allora ha cercato quelle persone, quelle malghe, quelle relazioni, convinto che non si tratti di folclore ma di «realtà ancora pulsante».

Animali e territorio 

Negli scatti di Mario Benigni l’animale selvatico e quello allevato finiscono così per appartenere allo stesso racconto. Entrambi sono parte di un territorio, come le nebbie, la neve, i boschi e gli individui. In anni recenti il fotografo ha rivolto sempre più attenzione agli ambienti delle valli nelle diverse stagioni e ore del giorno. Posiziona il treppiede, sceglie un punto d’osservazione e attende che la luce o la bruma trasformino ciò che conosce da sempre. Anche per questo il suo stile resta lontano dagli effetti spettacolari della wildlife photography più estrema. La sua è una fotografia di prossimità, costruita sulla capacità di riconoscere l’eccezionale dentro il quotidiano. Non servono animali esotici o scenari lontani. Può bastare un camoscio nella caligine, un gregge davanti alle Dolomiti o due puledri che sembrano abbracciarsi. La meraviglia è già lì. Bisogna soltanto fermarsi abbastanza a lungo per vederla e «cogliere l’attimo fuggente».

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