Perché le «menti» dell'AI ci mettono in guardia dalla loro creatura ma rifiutano i limiti Ue?
Corriere della Sera - Cultura

Perché le «menti» dell'AI ci mettono in guardia dalla loro creatura ma rifiutano i limiti Ue?

Martedì 1 settembre 2026
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Manager e scienziati delle società di Intelligenza artificiale hanno chiesto ai governi di rallentare sullo sviluppo di questa tecnologia la cui rivoluzione si sta sottovalutando... poi però contrastano la legge europea

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Perché le «menti» dell'AI ci mettono in guardia dalla loro creatura ma rifiutano i limiti Ue?

Daniele Manca | 1 settembre 2026

Manager e scienziati delle società di Intelligenza artificiale hanno chiesto ai governi di rallentare sullo sviluppo di questa tecnologia la cui rivoluzione si sta sottovalutando... poi però contrastano la legge europea

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La settimana scorsa oltre 1.300 manager e scienziati attivi nelle maggiori società di Intelligenza artificiale (AI) hanno chiesto ai governi e segnatamente al governo americano di rallentare sullo sviluppo di questa tecnologia la cui rivoluzione si sta sottovalutando. Non in termini di allarme, i giornali, il web e i social sono pieni di grida, quanto in azioni concrete. La contraddizione è evidente. E ha a che fare con l’Europa e l’AI Act emanato dall’Unione. Tra i firmatari di quella lettera troviamo non solo Dario Amodei, fondatore di Anthropic, ma anche il capo della ricerca e il capo scientifico di Open AI, Mark Chen e Jacub Pachoki, Shane Legg, cofondatore e capo della ricerca in Ai di Google Deep Mind, Shengija Zhao, capo della ricerca scientifica per l’AI a Meta tra gli altri. Si tratta di alcune delle menti e delle persone più attive sul settore che mettono in guardia dai recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale cosiddetta agentica.

Quella cioè in grado di usare, pianificare, decidere e agire per raggiungere determinati obiettivi facendo in modo di avere sempre meno bisogno dell’intervento umano.
L’incidente accaduto ad Hugging Face è stato quello che ha fatto suonare più campanelli d’allarme. L’obiettivo dato agli agenti era relativamente banale, dovevano superare un test informatico per comprendere la vulnerabilità di alcuni sistemi. Secondo l’indagine della società Metr, dei 1.200 agenti 700, teoricamente disconnessi tra loro, sono stati in grado invece di coordinarsi di fatto, inviare 70mila messaggi e attaccare una piattaforma per ottenere informazioni e superare i test «barando».

Siamo nel campo relativamente importante dei test. Ma se lo stesso fosse accaduto attaccando la banca con i nostri depositi? O utilities quali elettricità, acqua e via dicendo? È per questo che quei 1.300 manager si sono sentiti in dovere di scrivere una lettera aperta chiedendo l’adesione sia di aziende sia di persone.
L’AI Act europeo si pone sostanzialmente lo stesso obiettivo della lettera. Conosciamo già tutti i lamenti sull’Europa lenta e burocratica, ma, sia detto per inciso, vista la conoscenza così diffusa dei difetti dell’Unione ci si aspetterebbe dai critici azioni concrete e non solo lamenti. Ma tornando all’AI Act la domanda è: avendo gli stessi scopi di quello che scrivono i manager nella lettera, invece di fare appelli generici perché non iniziano a collaborare con l’Europa?

In realtà sta avvenendo l’esatto contrario. Nel momento in cui l’Unione ha varato l’AI Act tutte le aziende si sono affrettate a chiedere rinvii e diluizioni per esempio nella definizione e classifica dei rischi che sono alla base della legislazione. Con il risultato che mentre i protagonisti dell’intelligenza artificiale chiedono un più stretto e forte coordinamento per controllare l’evoluzione di questa tecnologia, all’Europa unica grande organizzazione che ci ha provato si chiede di fermarsi o rallentare.

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