Un brutto risveglio
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Martedì 1 settembre 2026
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Venti di guerra fredda. Le crisi regionali preparano il conflitto, come accadde negli anni Trenta. Ma ci sono anche segnali di speranza

È morto Enzo Bianchi, il fondatore della Comunità monastica di Bose: aveva 83 anni

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Goffredo Buccini | 1 settembre 2026

Venti di guerra fredda. Le crisi regionali preparano il conflitto, come accadde negli anni Trenta. Ma ci sono anche segnali di speranza

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Quanto è largo il perimetro delle provocazioni russe di quest’ultimo periodo? E fino a che punto la storia può essere compresa da chi la sta vivendo? Un analista del New York Times ha sostenuto di recente che la Seconda guerra mondiale non fu semplicemente l’esito dell’aggressione nazista alla Polonia nel 1939. Fu, piuttosto, la ricaduta di una serie di crisi regionali che si erano accumulate e avevano avuto principio con l’invasione giapponese della Manciuria, nel 1931. Eravamo già nel baratro e non l’avevamo capito. La tesi di Bret Stephens non è isolata né inedita. È anzi una delle interpretazioni più consolidate tra gli storici con una visione meno eurocentrica. Ciò che la rende assai interessante per noi è l’idea della somma di crisi regionali: qualcosa che ci suona purtroppo familiare contemplando i conflitti aperti oggi in Europa orientale e Medio Oriente e quelli possibili (Taiwan? Kaliningrad?) nel quadro di disordine globale esasperato dall’erratica presidenza di Donald Trump. Ma ancor più dovrebbe preoccuparci per un’altra similitudine: l’aggressività di Tokyo non fu punita, la Società delle Nazioni (l’Onu di allora) la condannò ma non impose contromisure efficaci.

Perciò ebbe tanto peso: fu il primo collasso del sistema di sicurezza mondiale nato dopo il Trattato di Versailles. Saltato il tappo, Mussolini in Etiopia e Hitler in Austria e poi in Cecoslovacchia avrebbero replicato. Non ci ricorda qualcosa? Putin l’ha fatta franca annettendosi illegalmente la Crimea nel 2014. Ne ha tratto l’incoraggiamento per proseguire sulla medesima via e nel 2022 ha aggredito l’Ucraina su larga scala, spacciando la guerra per una «operazione militare speciale». Grazie all’eroismo degli ucraini è inchiodato alle trincee da oltre quattro anni e mezzo. Ma, se la passa liscia di nuovo e prende il Donbass intero, chi fermerà i suoi ulteriori tentativi di espansione in nome del Russkij Mir o quelli di Xi Jinping nel Mar Cinese meridionale o la follia del nordcoreano Kim Jong-un che Trump quasi vezzeggia?

Ogni tempo ha la sua pena. Ma la suggestione delle similitudini è per molti irresistibile. Una potente corrente di analisti vede gli attuali protagonisti della scena geopolitica quali sonnambuli, come i governanti europei nel 1913, l’anno che precedette la Prima guerra mondiale. Le carte erano tutte sul tavolo (come adesso), gli attori della crisi erano (allora come oggi) consapevoli d’un possibile esito catastrofico ma erano prigionieri di interessi particolari che li fecero scivolare nello scontro aperto. Un politologo noto per il suo pessimismo, Robert Kaplan, ritiene invece che siamo ingabbiati in una «Weimar globale», proiettando il tracollo della repubblica liberale, che sfociò nell’ascesa di Hitler, dentro questo nostro disordine mondializzato, nel quale siamo ormai un’unica comunità avviluppata in una stesso tormento poliforme per effetto della tecnologia: ogni conflitto ne innesca un altro, come in un domino.

Naturalmente c’è del vero e del fuorviante in entrambe le prospettive. Che le guerre vadano saldandosi è evidente già a una semplice scrollata di Internet. Le armi e le tecnologie d’un conflitto si riversano nell’altro quasi per osmosi. Russia, Iran, Nord Corea e Cina s’atteggiano sempre più ad «asse degli avversari» d’un Occidente sbandato, come osserva il Financial Times. I droni Shahed di Teheran sono impiegati dalle truppe di Putin sin dall’inizio dell’attacco contro gli ucraini, i microchip cinesi ne sono parte essenziale, i soldati di Kim Jong Un sono stati spediti a combattere in Donbass, nel Mar Caspio gli ucraini hanno colpito due cargo iraniani diretti in Russia, se Putin ha retto alle sanzioni è grazie al commercio di petrolio con Xi. Il tiranno di Mosca ha dovuto incassare l’attacco americano all’Iran anche per non incrinare il suo rapporto privilegiato con Trump, finora sua vera carta coperta. Ma sin dall’inizio ha aiutato gli ayatollah sottotraccia, con intelligence e armi, come ha confermato in un’audizione al Congresso il generale Dan Caine, capo degli Stati Maggiori Riuniti Usa. Contando sull’inazione del presidente americano e sul suo disimpegno dalla Nato, Putin sta invece affondando i colpi contro l’Europa. E non solo con la propaganda. Lo dimostrano gli sconfinamenti continui di droni in Romania e Lettonia. Ma, soprattutto, il gravissimo episodio del drone-bomba all’aeroporto di Lipsia: attribuito da Berlino direttamente alla responsabilità di Mosca, ha provocato in queste ore una rottura diplomatica al limite della guerra fredda. Sono in media trenta l’anno i casi di sospetto sabotaggio fra il 2023 e il 2024 secondo l’International Institute for Strategic Studies. La Gran Bretagna, punta di lancia tra i Volenterosi, subisce minacce dirette, tali da avere indotto il governo di Londra a diffondere addirittura un manuale di guerra per civili. Ma l’Italia stessa è oggetto continuo delle azioni ibride russe: e l’esplosione ad agosto in una fabbrica di Colleferro che produce anche munizioni per Kiev è oggetto di indagini delicate.

La buona notizia, nel confronto col passato, è appunto la resistenza dell’Ucraina (l’Europa continentale del ’39-40 crollò in un baleno davanti ai nazisti). Il suo rovescio è che tutti si aspettano ormai da Putin qualcosa di più grave e definitivo. «Mi impiccheranno», avrebbe detto il dittatore ai suoi, in caso di sconfitta o di «non vittoria» in Donbass. E tuttavia la sua gente è stanca. Secondo il Centro Levada, il 57% dei russi descrive la situazione come «tesa»: un eufemismo dietro cui si cela il crollo dell’economia e il calo di fiducia nel leader. Tra ottobre e novembre in Usa e in Israele ci saranno due consultazioni elettorali da cui potrebbe uscire un profilo più razionale e moderato del nostro Occidente. La storia può essere specchio, ma anche freno: e possiamo cambiarne l’esito.

1 settembre 2026

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