Il mio Parise e quel manoscritto «scandaloso» da non pubblicare
Quarant'anni fa ci lasciava il grande scrittore e firma autorevole del «Corriere della Sera». Il ricordo dell'amico
Il mio Parise e quel manoscritto «scandaloso» da non pubblicare
Giorgio Montefoschi | 31 agosto 2026Quarant'anni fa ci lasciava il grande scrittore e firma autorevole del «Corriere della Sera». Il ricordo dell'amico
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Quaranta anni fa, il 31 agosto del 1986, moriva Goffredo Parise: uno dei maggiori scrittori del Novecento, straordinario inviato nei luoghi «caldi» del mondo, firma del Corriere. Si spense, già malato e quasi cieco nella sua casetta sul bordo del Piave: luogo che amava moltissimo. Poco prima, era andato a trovarlo Moravia. Durante il pranzo si scatenò uno di quei grandi temporali veneti che portano il buio nel cielo, e Moravia descrisse come nessun altro avrebbe potuto fare quel buio di tempesta che si addensava negli occhi e nel cuore dell’amico.
Parise, oltre a reportage di viaggio, tra i quali va menzionato per l’inimitabile classe L’eleganza è frigida di ritorno dal Giappone, fu l’autore di romanzi importanti come La grande vacanza (il suo esordio) e Il padrone e racconti bellissimi raccolti nei due Sillabari. La classe, nel libro cinese, consisteva nel cogliere un particolare apparentemente futile o secondario di quello che aveva intorno e da lì risalire a un quadro assai più profondo e ampio.
I racconti, tutti, avevano la grazia dell’intelligenza e insieme della pietà: sia che parlassero di un bambino bellunese sconosciuto e di sua madre in vacanza per una settimana, sia di una nobildonna. Era, lui, un severo e affettuoso insieme.
Nei salotti stava zitto, si annoiava, e a un tratto se ne andava via. A me, che lo incontravo spesso, dava consigli «artigianali». Tipo: faccia più dialogo, così il lettore non si spaventa a vedere la pagina piena e legge più veloce. Sul Corriere pubblicava articoli geniali. Ricordo uno sulla educazione sessuale dei bambini. A Vicenza c’era un missionario cinese che non sapeva una parola di italiano. La madre lo mandò da lui. Stavano in silenzio per un’ora: una educazione sessuale perfetta (scrisse più o meno).
Lo vidi l’ultima volta a Roma in un monolocale rivestito di radica detto «la tabacchiera». A una certo punto mi fece vedere un dattiloscritto: «Non voglio pubblicarlo», disse, «è scandaloso»: Poi,dopo la morte glielo pubblicò Garboli: L’odore del sangue. Ci manca moto, Goffredo.
31 agosto 2026
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