Trieste e le «oasi sui masegni» contro l'afa cittadina: ma i platani non fanno ombra e si discostano dall'eleganza del centro
L’iniziativa del Comune di Trieste ha portato una dozzina abbondante di platani in vaso in alcuni angoli della città. Ma il verde urbano è proprio un’altra cosa
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Trieste e le «oasi sui masegni» contro l'afa cittadina: ma i platani non fanno ombra e si discostano dall'eleganza del centro
di Francesco ChiamuleraL’iniziativa del Comune di Trieste ha portato una dozzina abbondante di platani in vaso in alcuni angoli della città. Ma il verde urbano è proprio un’altra cosa
Una grande come Jan Morris dedicava pagine intere del suo libro su Trieste al piacere della passeggiata ombrosa, mitteleuropea, per i viali ampi, geometricamente ordinati, del centro della città. Un piacere non casuale, ma figlio di una concezione nuova, rivoluzionaria, della fruizione urbana, quella degli architetti viennesi di Maria Teresa nel seno delle idee strepitose dell’Illuminismo: camminare nei borghi teresiano e giuseppino, nello spazio pubblico, lo spazio di tutti, come completamento delle libertà civiche. Perché l’armonia delle facciate andava insieme alla comodità, alla praticità, al benessere che viene alle persone dall’esercizio fisico, dallo stare a piedi nelle vie. Ne è passato di tempo, dal Settecento dei Lumi.
In questa estate che ricorderemo in tutta Europa come il grande schiaffo del riscaldamento globale, violento e indiscriminato, con le sue ondate di calore che non sono nemmeno più ondate, visto che si susseguono ininterrotte da mesi, in questa estate boccheggiante e tropicale, le “Oasi sui masegni”, l’iniziativa del Comune di Trieste che ha portato una dozzina abbondante di platani in vaso in alcuni angoli della città, tra Piazza della Borsa, Piazza Ponterosso e Piazza Venezia, misurano la distanza con il mondo di ieri. Dovrebbero essere delle oasi ma il problema non è solo l’ombra minuscola che proiettano, o la frattura estetica con l’eleganza compatta del centro. È che il verde urbano è proprio un’altra cosa.
Lo erano i parchi pubblici e i grandi alberi che costeggiano i viali in ogni città che ha conosciuto il vettore imperiale della Felix Austria, da Trieste a Vienna, da Leopoli a Bressanone, da Budapest a Bratislava. Il Comune si è difeso dicendo che quella delle piante in vaso è una soluzione flessibile, che è la Soprintendenza ad avere bloccato il nuovo verde permanente nelle piazze. Forse è vero che tutti noi siamo occupanti abusivi di luoghi e spazi concepiti da generazioni con più cultura, più studio, più cosmopolitismo, più buone idee. Quando facciamo la promenade in un parco disegnato duecento anni fa, o l’aperitivo nell’ala di un grande albergo pensato durante la Belle Époque, quando passeggiamo a Barcola, dove il passato resta scolpito nelle forme urbane della gentilezza borghese: la panchina, il marciapiedi, la pineta.
Ha scritto Alfred North Whitehead che «il senso comune del Settecento, la sua comprensione dell’evidente sofferenza umana, delle evidenti esigenze della natura, agirono sul mondo come un bagno di purificazione morale». La sofferenza umana e le esigenze della natura oggi sono più evidenti che mai, mentre le nostre città scoppiano dal caldo e l’asfalto ribolle. No, i tredici platani rimuovibili non sono delle oasi. E noi subiamo i problemi, ma continuiamo a non capirli.
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31 agosto 2026
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