Marco Gay: «Volevo fare il carabiniere, oggi seguo le start up per confrontarmi con idee non consolidate. Il relax? Armeggiare su una 500 del '64»
Corriere della Sera - Cultura

Marco Gay: «Volevo fare il carabiniere, oggi seguo le start up per confrontarmi con idee non consolidate. Il relax? Armeggiare su una 500 del '64»

Lunedì 31 agosto 2026
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Il leader degli industriali torinesi: «Ascoltare è più difficile che parlare, specie se si è chiamati a decidere. Torino? Deve continuare ad aprirsi, a sperimentare e a raccontarsi. Non soltanto per ciò che è stata»

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Marco Gay: «Volevo fare il carabiniere, oggi seguo le start up per confrontarmi con idee non consolidate. Il relax? Armeggiare su una 500 del '64»

di Maria La Barbera

Il leader degli industriali torinesi: «Ascoltare è più difficile che parlare, specie se si è chiamati a decidere. Torino? Deve continuare ad aprirsi, a sperimentare e a raccontarsi. Non soltanto per ciò che è stata»

È cresciuto tra i viali dell’azienda di famiglia, dove ha imparato ad andare in bicicletta, e continua a custodire la Fiat 500 del 1964 con cui ha imparato a guidare. Oggi Marco Gay, classe 1976, presidente degli industriali torinesi dal 2024, è uno degli imprenditori italiani più autorevoli nel mondo dell’innovazione e delle startup e considera la gratitudine, la gentilezza e il rispetto i veri motori del successo. In questa conversazione si racconta: il padre severo, la passione per il rock, l’amore per Torino fino a riflessioni sul talento e l’importanza dell’ascolto.

La sua è una famiglia di imprenditori, con l’azienda quasi come estensione della casa. Che cosa le ha insegnato quel contesto sul significato del lavoro?
«La mia infanzia e la mia adolescenza sono state scandite dalle regole e dai valori dell’impresa. Ho imparato ad andare in bicicletta nei viali dell’azienda e il primo mezzo che ho guidato è stato un muletto: era davvero una dimensione di casa e bottega. Ma ciò che mi è rimasto non è tanto la familiarità con i luoghi, quanto l’idea che il lavoro comporti responsabilità, disciplina e rispetto per le persone. Anche i tredici anni trascorsi dai Rosminiani hanno rafforzato in me il valore delle regole, non come limite, ma come condizione per crescere».

Da suo padre e da sua madre ha ricevuto modelli educativi diversi? Come hanno contribuito alla sua idea di leadership?

«Mio padre era molto rigoroso, mia madre ha un carattere più dolce e spesso faceva da ponte. Da entrambi ho imparato che autorevolezza e attenzione alle persone non sono in contraddizione. Mio padre ripeteva: “Rimanda l’ascensore al piano”. Voleva dire che le opportunità ricevute non vanno considerate un privilegio personale, ma una responsabilità da restituire. È un principio che considero ancora attuale, soprattutto per chi guida un’impresa o rappresenta una comunità economica».

È figlio unico?
«Sì, ma non sono stato cresciuto nell’idea che tutto mi fosse dovuto. I miei genitori cercavano di farmi comprendere il valore delle cose e delle scelte. La mia prima auto è stata una Fiat Ritmo del 1981, acquistata nel 1994, l’anno della patente. Non mi piaceva però avevo un’auto tutta mia. In realtà avevo imparato a guidare, sempre nei viali dell’azienda, su una Fiat 500 blu del 1964 che possiedo ancora oggi».

Come si costruisce un’identità propria dentro un’eredità familiare?
«L’eredità familiare può essere un punto di partenza, ma non può sostituire il percorso personale: bisogna assumersi rischi, commettere errori e conquistare credibilità attraverso ciò che si fa».

Che cosa sognava di fare da ragazzo?

«Per un periodo ho pensato di diventare carabiniere: mi affascinavano la divisa, il senso del dovere e le regole. A dire il vero non pensavo di avere un talento particolare nello sport e nemmeno sui banchi di scuola. Non ho mai perso un anno, ma sono sempre stato rimandato a settembre. Ai miei genitori dicevo, scherzando, che ero talmente affezionato alla scuola da volerci tornare anche d’estate. Questo mi ha insegnato che il talento conta, ma non basta e non sempre è immediatamente riconoscibile. La disciplina, la curiosità e la costanza possono trasformare capacità ordinarie in un percorso solido».

Che cosa le ha insegnato il confronto con le nuove generazioni, in famiglia e nel mondo delle startup?
«I giovani chiedono coerenza più che dichiarazioni di principio. Le startup mi interessano per questa ragione: obbligano a confrontarsi con idee non consolidate, con il pensiero laterale e con la possibilità di sbagliare. L’innovazione nasce quando l’esperienza non pretende di avere sempre l’ultima parola. Ascoltare è più difficile che parlare, soprattutto quando si è chiamati a decidere. Con il tempo ho imparato anche a distinguere tra consiglio e opinione: il consiglio rischia di sostituirsi alla riflessione dell’altro; un’opinione, invece, offre un elemento in più senza togliere libertà. Credo che una buona leadership debba creare spazio, non occuparlo tutto».

I suoi figli?

«Stanno costruendo il loro percorso e il compito di un genitore, come quello di chi guida un’organizzazione, non è eliminare ogni rischio, ma mettere le persone nelle condizioni di affrontarlo».

E sua moglie Natasha?

«Ci siamo conosciuti a vent’anni e sono convinto che gran parte di ciò che ho fatto, faccio e farò lo debba a lei. È il mio amministratore delegato, siamo il punto di riferimento l’uno dell’altra».

Quale spazio hanno, nella sua vita, attività lontane dal lavoro come la musica, lo sport o i lavori manuali?
«Mi aiutano a recuperare misura e concentrazione. Amo il rock e la musica strumentale, ho suonato la chitarra senza particolari ambizioni, e ho ripreso a fare sport dopo molti anni. Mi rilassa anche occuparmi manualmente delle auto. Sono attività diverse, ma hanno un elemento comune: richiedono presenza, ascolto e pazienza. Ricordano che non tutto deve essere immediatamente produttivo per avere valore. E poi amo i cani. Sono generosi, fedeli e disinteressati. A casa abbiamo anche diversi gatti, nonostante io sia allergico: è un regalo d’amore a mia moglie. Vive con noi anche un pappagallo».

Che cosa la infastidisce?

«La superficialità. Mi colpisce negativamente perché spesso nasconde una mancanza di rispetto: per il lavoro, per il tempo degli altri, per le conseguenze delle decisioni. Non significa pretendere la perfezione, ma chiedere serietà nell’impegno e capacità di approfondire».

Quali sono i suoi valori guida e come si traducono, concretamente, nella vita economica?
«La gentilezza non è debolezza e la gratitudine non è un sentimento privato. In un’organizzazione si traducono nel riconoscere il contributo degli altri, nel dare credito, nel rispettare anche chi esprime dissenso. Dopo il Covid pensavamo che saremmo diventati più consapevoli della nostra fragilità; non sempre è accaduto. Proprio per questo è necessario riportare umanità nei luoghi in cui si prendono decisioni, senza rinunciare alla chiarezza e alla determinazione».

Da presidente dell’Unione Industriali Torino, quale responsabilità sente nei confronti del territorio?
«Rappresentare le imprese significa prima di tutto tenere insieme interessi diversi e trasformarli in una visione comune. Torino ha una grande cultura industriale, ma non può vivere soltanto della propria storia. Deve continuare a investire in competenze, innovazione, apertura internazionale e capacità di attrarre giovani; è necessario continuare ad aprirsi, a sperimentare e a raccontarsi non soltanto per ciò che è stata».

Quale qualità ritiene oggi più necessaria per un imprenditore?
«La capacità di tenere insieme visione e realtà. Bisogna saper immaginare ciò che ancora non c’è, ma anche misurarsi con persone, numeri, vincoli e conseguenze. Servono curiosità, tenacia e disponibilità a cambiare idea».

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